Bernard Cornwell e l’anomalia italiana

P
er molto tempo, i lettori italiani di Bernard Cornwell hanno dovuto fare i conti con un’anomalia editoriale tutta nostrana, e per molti versi lo fanno ancora. Nell’Italia degli anni ’90, la splendida trilogia arturiana The Warlord Chronicles arrivò spezzettata: i tre volumi originali

The Winter King
Enemy of God
Excalibur


divennero cinque per Mondadori, che cambiò il nome della serie da Le cronache del signore della guerra in Il romanzo di Excalibur 🙄 (collana I Faraoni, cartonati con sovraccoperta, a sottolineare il prestigio dell’operazione):

Il re d’inverno
Il cuore di Derfel
La torre in fiamme
Il tradimento
La spada perduta


La trilogia originale. Clic per ingrandire

Il risultato italiano, i prestigiosi
farab Faraoni. Clic per ingrandire

Si nota bene che solo il titolo del primo brandello aveva a che fare con quello originale, gli altri vennero scelti un po’… un po’…
Maestro, come potrei evitare di esprimermi in modo troppo rustico?
Veliante: “Con imperscrutabile arbitrarietà”.
Ok, diciamo che vennero scelti con imperscrutabile arbitrarietà.
Fu una discutibilissima operazione commerciale (disgustosamente lucrativa) intesa a richiamare l’estetica de Il romanzo di Ramses, che costrinse i traduttori a piccoli interventi per rendere i testi vagamente autonomi e come no. Il misero sbrindellamento venne eseguito senza alcun criterio logico di continuità narrativa, ma esclusivamente su una divisione più o meno equa del numero totale di pagine:

– il primo brandello (403 pp.) comprende le parti iniziale e centrale di The Winter King;
– il secondo brandello (403 pp.) comprende la parte finale di The Winter King e quella iniziale di Enemy of God;
– il terzo brandello (356 pp.) comprende la parte centrale di Enemy of God;
– il quarto brandello (350 pp.) comprende la parte finale di Enemy of God e quella iniziale di Excalibur;
– il quinto brandello (364 pp.) comprende le parti centrale e finale di Excalibur.

Tre libri al vantaggioso prezzo di cinque. Gli italiani dissero qualcosa, all’epoca? Lessero i colophon? No. Tutto a posto, tutto normale. In seguito vennero anche l’edizione in cofanetto, due diverse edizioni economiche e un altro cofanetto ancora, ma tutto ha taciuto per decenni. L’armonia.

DESCRIZIONE_1
Edizione in cofanetto.
Prestigio abbagliante
DESCRIZIONE_2
Una delle due edizioni economiche.
Prestigio per tutte le tasche
Nel 2011 i diritti furono acquistati da Longanesi, che ci riprovò coi cartonati ripubblicando i primi due brandelli (come testimoniato dai colophon provenienti dal sito dell’editore) che erano appartenuti a Mondadori. Poi, causa probabili scarse vendite e/o del pubblico non interessato a farsi menare per il naso un’altra volta, la serie venne interrotta dopo l’edizione economica in Tea.

Cover delle edizioni Longanesi del 2011-2012.
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I rispettivi colophon. Clic per ingrandire

Oggi, Longanesi sembra essersi accorta che gli italiani non sono (più) degli sprovveduti: la saga è stata ripristinata nel suo formato originale in tre volumi (2024/25/26). Sembra la fine dell’odissea? Più o meno. Guardando bene le nuove edizioni, ci si accorge che qualcosa è stato sacrificato sull’altare del marketing.

Longanesi, edizioni odierne. Clic per ingrandire

Chi ha paura del nemico di Dio? (Spoiler: Longanesi.)
Il titolo originale del secondo romanzo della saga, Enemy of God, è potente, programmatico e centrale per la trama, ma nell’edizione più recente quel titolo è sparito, sostituito da un generico Il condottiero di Camelot 🤦‍♂️. Il motivo? Difficile non sospettare un atteggiamento sottom cauto verso la sensibilità religiosa. Il titolo originale rappresenta il cuore del conflitto ideologico del romanzo: Artù è considerato un “nemico di Dio” proprio dai fanatici cristiani dell’epoca (suona un campanello?) poiché difensore dell’antico paganesimo e ostacolo al dominio della Chiesa Cattolica del tempo.
Sostituire Nemico di Dio con Il condottiero di Camelot non è stata solo una scelta di marketing: è stata un’edulcorazione del contenuto. ‘Camelot’ evoca l’epica classica, il mito rassicurante e quasi disneyano, cioè l’esatto opposto della prosa brutale di Cornwell. Questa lettura del titolo è solo un’interpretazione? Vediamo meglio.
C’è un dettaglio più bizzarro che si può verificare direttamente confrontando le tre edizioni Longanesi della trilogia. I primi due colophon provengono dalle anteprime gratuite del sito web di Longanesi; il terzo non era disponibile (…), viene da Amazon.

I colophon delle edizioni più recenti

Notiamo che nei volumi 1 e 3 (Il re d’inverno e Excalibur) si riporta regolarmente il titolo originale inglese, ma nel volume 2 (Il condottiero di Camelot), quel dato è assente. Stesso editore, stessa collana (La Gaja scienza): l’assenza di quel dato sembra più una scelta che una svista tecnica.
Su cosa comporti questa omissione in termini legali è bene essere prudenti. Non esiste una norma italiana che disciplini in modo esplicito il contenuto di un colophon; l’obbligo di riportare il titolo originale, quando esiste, deriva dai contratti – privati – tra l’editore e l’agenzia letteraria che rappresenta l’autore. Ma in genere i contratti editoriali di traduzione includono quasi sempre quella clausola, e poi perché richiederla in due libri su tre? Se c’era ed è stata disattesa, l’autore (o il suo editore/agente) potrebbe contestare un inadempimento contrattuale.
Per essere pignoli: la Convenzione di Berna, che l’Italia ha recepito (approfondimenti QUI e QUI), prevede che le traduzioni indichino chiaramente se si tratta di un’opera derivata da un originale altrui, per non creare l’impressione che il libro sia stato scritto da un italiano, ma nel nostro caso autore e traduttore vengono riportati, quindi la paternità dell’opera è rispettata, non c’è modo di scambiarla per quella di un italiano. Al massimo Longanesi potrebbe ricevere una contestazione dall’agente/editore di Cornwell, ma gli sarebbe sufficiente correggere l’errore nelle ristampe o negli ebook e la questione si chiuderebbe senza arrivare a un vero contenzioso.
Dal punto di vista pratico, l’assenza del titolo originale crea più che altro un problema di tracciabilità bibliografica: un lettore o un bibliotecario che cerchi Enemy of God non troverà facilmente il collegamento a Il condottiero di Camelot senza fare una ricerca incrociata. È un fastidio reale soprattutto per collezionisti o studiosi, ma non tocca l’autore in senso giuridico.

Un rapido controllo alla bibliografia italiana rivela che il caso delle Warlord Chronicles non è isolato, ma è parte di una sistemica bonifica terminologica. Infatti quasi tutti i romanzi di Cornwell hanno avuto titoli italiani sensibilmente diversi da quelli scelti dall’autore. Inutile riportarli qui, Wikipedia li raccoglie già tutti.
In ogni occasione, l’identità specifica del titolo originale è stata sacrificata per inserire l’opera in un solco commerciale predefinito, quello del romanzo storico ‘rassicurante’, dove ogni titolo deve suonare simile al precedente per non ‘confondere’ il cliente (?). Questa strategia di ‘profumazione’ dei titoli produce comunque due effetti collaterali ben concreti, a prescindere dalle qualificazioni giuridiche. In primo luogo, la ghettizzazione del genere: usando titoli generici come Il condottiero di Camelot, l’editore confina l’opera nello scaffale della narrativa di consumo leggera. Un titolo come Il nemico di Dio avrebbe probabilmente attratto un pubblico interessato al romanzo storico filosofico, elevando la percezione di Cornwell da semplice scrittore d’avventura a grande narratore della condizione umana, quale egli in realtà è. In secondo luogo, si crea uno scollamento tra packaging e contenuto: il lettore attirato da un titolo che promette “Camelot” (onore, cavalieri, coraggio) si ritrova immerso in una narrazione fatta di fango, sangue, stupri e fanatismo religioso. Una ‘truffa semantica’, verrebbe quasi da dire, che finisce per scontentare sia chi cercava il mito classico sia chi cercava la cruda verità di Cornwell.
Vale la pena guardare a cosa succede fuori dall’Italia.

Francia: L’Ennemi de Dieu
Spagna: El enemigo de Dios
Germania: Der Feind Gottes
Olanda: De vijand van God
Portogallo: O Inimigo de Deus

In tutti questi mercati, il titolo originale non è stato toccato, non è stato addolcito, bensì tradotto alla lettera, confermando che l’approccio italiano rappresenta una stramba eccezione culturale basata su una presunta fragilità del lettore nostrano.

Il lettore medio secondo Longanesi?

Come lettori, abbiamo il diritto di ricevere l’opera per come è stata concepita, con i titoli scelti dagli autori. L’idea che un titolo debba essere addolcito per non urtare una sensibilità religiosa dice più sulla, mh, timidezza dell’editoria italiana che sul libro stesso. Bernard Cornwell non ha scritto epiche cortesi per catechisti; ha scritto la storia del tramonto di un mondo e del conflitto violento tra fedi. Cambiare un titolo per prudenza o per vendere qualche copia in più a chi cerca “Camelot” resta un autogol alla serietà editoriale e un tradimento del senso profondo dell’opera, anche se non necessariamente un illecito in senso tecnico. Omettere il titolo originale dal colophon, poi, è come minimo un segnale di un’editoria che ha smesso di curare la tracciabilità filologica dei propri libri. Ogni volta che un editore rinomina Il nemico di Dio come Il condottiero di Camelot, non sta solo cambiando un’etichetta: sta scegliendo, per il lettore, una porta d’ingresso diversa da quella che l’autore aveva costruito.

Al solo scopo illustrativo, ecco come apparirebbe la versione non sbagliata della cover italiana del secondo romanzo.
Dallo Scriptorium,
giusto in tempo per il pranzo
Brante
Novizio/schiavo/facchino della Biblioteca

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