• I lettori prudenti.
Sono persone che non comprano neanche il primo volume, se la serie non è già stata tradotta per intero: una strategia emotiva ed economica di autodifesa. Per questi lettori, investire tempo e denaro in una storia senza finale è masochismo letterario, e finché l’editore non garantisce loro la fine di un’opera, non ci rimettono denaro.
• I lettori militanti.
All’opposto, i militanti sono quelli che acquistano il volume 1, spesso promuovendolo sui social. Ritengono che l’editoria non sia un servizio pubblico, e che se tutti fossero prudenti non comprando il primo volume, l’editore non incasserebbe e interromperebbe la traduzione. Per loro, i prudenti sono la causa primaria del problema. Un ragionamento che però ha un rovescio scomodo di cui scriverò più in basso.
• L’editore (il caso più complesso).
Pubblicare una serie straniera non è solo stampare carta, ma sostenere costi pesanti di diritti, traduzione, editing, promozione… La legge non scritta dell’editoria dice: il volume 2 venderà sempre meno del volume 1. Il numero di lettori si assottiglia, vuoi per noia, vuoi per l’eccessiva attesa, vuoi per chi si ferma al primo volume. Per l’editore, un’interruzione significa evitare che la zavorra finanziaria di un titolo infruttuoso comprometta il catalogo e le risorse per progetti più lucrosi. È ovvio che la solidità finanziaria di grandi e piccoli editori varia molto, ma questa logica di mercato resta una costante del settore, il quale sembra ignorare la natura del libro, che non è un paio di scarpe, ma una promessa di fruizione.
La frustrazione non nasce perché il lettore non è in grado di capire il discorso commerciale dell’editore, ma dalla percezione che quello gli abbia venduto un bene ‘difettoso’.
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Alcuni editori tentano di scardinare questo meccanismo con grandi raccolte, che propongono intere serie in singoli, imponenti tomi (benché molto scomodi da maneggiare) a prezzi spesso convenienti. Qualcuno avrà sicuramente pensato che sia una soluzione ideale, e lo sembra: il lettore ha la storia completa fin da subito e l’editore monetizza in un sol colpo un grosso investimento. Meraviglioso.
Il limite di questa strategia sono le grandi saghe da sette, dieci o più volumi, perché in tal caso un solo omnibus non basta, va pianificato quello numero 2, numero 3 e così via (cosa che si verifica di rado), ma il problema si ripresenta: se il primo volumone non ripaga i costi di produzione, i successivi vengono cancellati ancora più in fretta, perché un solo omnibus che non vende implica la perdita monetaria di più di un titolo singolo. Il lettore che lo aveva acquistato si ritrova così con un tomo da milleduecento pagine pieno di storie di cui non vedrà la fine, il che è psicologicamente ancora più frustrante. Anche l’omnibus, insomma, non risolve il problema di fondo: sposta solo più in alto la posta di chi si assume il rischio.
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Se guardiamo al sistema nel suo insieme, la colpa è dell’editore, perché è l’unico attore che agisce intenzionalmente per creare il mercato. Il lettore è una variabile che reagisce alle proposte, ma l’editore è la variabile attiva che sceglie come e quando proporre cosa.
Anche il lettore militante, per quanto consapevole del rischio che accetta, non ha potere su tutte le condizioni di quella scommessa: può scegliere se giocare, ma non può scegliere le regole del gioco. Riprendo il discorso del rovescio scomodo accennato in apertura: un mercato di soli militanti non spingerebbe l’editore a una maggiore trasparenza, anzi, gli toglierebbe ogni incentivo a dichiarare il rischio, perché il pubblico lo assorbirebbe comunque in silenzio. Per l’editore sarebbe un’utopia: potrebbe lanciare qualunque saga, anche la più incerta, senza mai doverne dichiarare i rischi, perché nessuno gli chiederebbe conto del finale mancato. Quindi anche l’estremo opposto della prudenza finisce per premiare la stessa opacità.
Se il sistema è in stallo, è perché la sua stessa architettura spinge l’editore a scaricare sui lettori il rischio d’impresa, cioè l’incertezza sulle vendite di una saga che, per definizione, dovrebbe gravare unicamente su chi gestisce l’attività. In sintesi: l’editore ha la colpa di aver progettato un sistema che richiede, per funzionare, che il lettore smetta di essere un consumatore razionale e diventi un investitore non remunerato. È la falla del sistema: l’editore non è solo un intermediario culturale, ma il soggetto che detiene le leve del potere: selezione dei titoli, gestione dei costi, strategie di mercato. Pretendere che il lettore si faccia carico dell’incertezza aziendale acquistando a scatola chiusa per ‘sostenere’ una serie significa invertire i ruoli: il rischio d’impresa non è una variabile da far gestire al consumatore, ma un costo che va calcolato a monte dall’editore. Quando egli interrompe una saga non subisce un tradimento da parte dei lettori, ma spesso rivela loro i limiti della propria strategia di selezione. Va detto che una quota di questo rischio è fisiologica: nessuna indagine di mercato può prevedere con certezza la risposta del pubblico italiano a un titolo straniero, e sarebbe ingeneroso trattare ogni interruzione come un errore di calcolo. Ma è proprio qui che si annida la vera responsabilità dell’editore: non nell’aver sbagliato una previsione — cosa che può capitare a chiunque azzardi una previsione — ma nel non aver comunicato al lettore, fin dall’inizio, che stava rischiando insieme a lui. L’editoria di traduzione in Italia lancia spesso titoli senza una base di sostenibilità sperando nel bestseller (“all’estero ha venduto”) e, quando il mercato risponde con prudenza, l’editore si scopre incapace di gestire il rischio, e il sistema che ha costruito lo spinge a intestare quel fallimento al lettore, piuttosto che al proprio modello di business.
Chiedere al lettore di acquistare una storia priva di finale per poi appellarsi alla sua lealtà quando le vendite mancano significa giocare su due tavoli: l’editore sfrutta il libero mercato per potare i rami secchi ma si traveste da mecenate quando chiede al lettore di puntare ciecamente sul volume 1.
La responsabilità di questo fallimento sistemico non è affatto equamente divisibile. La sfiducia è generata dall’editore, che giustifica le sue difficoltà nella gestione del rischio scaricando l’onere sui lettori, che si difendono giustamente con l’iper-prudenza. L’editore finisce per subire il mercato perché i suoi modelli di business non sono in grado di integrare il rischio.
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Bisogna smettere di scommettere sulla pelle dei lettori e iniziare a mitigare le cause strutturali del fallimento. Tre strade possibili:
• Crowdfunding preventivo. Trasformare il lancio di una saga in una campagna di pre-ordine vincolante. Se la soglia di sostenibilità viene raggiunta, l’opera è garantita, altrimenti l’investimento non parte. Il mercato diventa una scommessa trasparente, non un azzardo al buio.
• Pubblicazione digitale progressiva. Tastare il terreno con l’ebook prima di gravare il magazzino con edizioni cartacee onerose. L’interruzione di una serie digitale resta un problema economico, perché il costo dei diritti e della traduzione — spesso la voce più pesante dell’intera operazione — è già speso e non recuperabile, ma almeno evita le perdite aggiuntive di tipografia, rilegatura, distribuzione, logistica dei resi, stoccaggio e macero, che altrimenti si sommerebbero al danno.
• Focus sugli autoconclusivi (la meno auspicabile). Accettare che non tutto ciò che brilla all’estero è importabile da noi. Pubblicare solo standalone o cicli brevi significa rispettare la natura finita del libro, smettendo di rincorrere saghe-fiume che il mercato italiano potrebbe non essere in grado di assorbire. Ma questa via precluderebbe saghe lunghe che gli italiani potrebbero amare e comprare fino all’ultimo volume.
Finché questo non accadrà, la prudenza rimarrà l’unica difesa del lettore. E la prudenza non è un problema da risolvere, ma un segnale di mercato che l’editore si ostina a non decodificare. Se l’industria non chiarisce le regole del gioco, i lettori più attenti continueranno a rivolgersi alla lingua originale: l’unica ancora di salvezza che permette di sottrarsi a un sistema che non promette, ma scommette.
Dallo Scriptorium,
giusto in tempo per il pranzo
Brante
Novizio/copista/facchino della Biblioteca
giusto in tempo per il pranzo
Brante
Novizio/copista/facchino della Biblioteca
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