Saghe incompiute: anatomia di un naufragio editoriale

N
elle community letterarie online si trova spesso questo tipo di sfogo: “Oh, no! Beccaccino Editore ha interrotto la mia saga preferita! Non comprerò mai più qualcosa da loro!”. Una novità, no? Di solito la prima reazione è accusare l’editore “cinico e miope”. Se però osserviamo la questione da una prospettiva sistemica, ci accorgiamo che questo è un circolo vizioso in cui ogni attore si muove seguendo una propria logica precisa, ma il cui risultato finale è disastroso per i lettori. Oppure no, e c’è davvero un colpevole? Voglio approfondire tre punti di vista di questo dilemma editoriale.

I lettori prudenti.
Sono persone che non comprano neanche il primo volume, se la serie non è già stata tradotta per intero: una strategia emotiva ed economica di autodifesa. Per questi lettori, investire tempo e denaro in una storia senza finale è masochismo letterario, e finché l’editore non garantisce loro la fine di un’opera, non ci rimettono denaro.
I lettori militanti.
All’opposto, i militanti sono quelli che acquistano il volume 1, spesso promuovendolo sui social. Ritengono che l’editoria non sia un servizio pubblico, e che se tutti fossero prudenti non comprando il primo volume, l’editore non incasserebbe e interromperebbe la traduzione. Per loro, i prudenti sono la causa primaria del problema. Un ragionamento che però ha un rovescio scomodo di cui scriverò più in basso.
L’editore (il caso più complesso).
Pubblicare una serie straniera non è solo stampare carta, ma sostenere costi pesanti di diritti, traduzione, editing, promozione… La legge non scritta dell’editoria dice: il volume 2 venderà sempre meno del volume 1. Il numero di lettori si assottiglia, vuoi per noia, vuoi per l’eccessiva attesa, vuoi per chi si ferma al primo volume. Per l’editore, un’interruzione significa evitare che la zavorra finanziaria di un titolo infruttuoso comprometta il catalogo e le risorse per progetti più lucrosi. È ovvio che la solidità finanziaria di grandi e piccoli editori varia molto, ma questa logica di mercato resta una costante del settore, il quale sembra ignorare la natura del libro, che non è un paio di scarpe, ma una promessa di fruizione.
La frustrazione non nasce perché il lettore non è in grado di capire il discorso commerciale dell’editore, ma dalla percezione che quello gli abbia venduto un bene ‘difettoso’.

Bernard Cornwell e l’anomalia italiana

P
er molto tempo, i lettori italiani di Bernard Cornwell hanno dovuto fare i conti con un’anomalia editoriale tutta nostrana, e per molti versi lo fanno ancora. Nell’Italia degli anni ’90, la splendida trilogia arturiana The Warlord Chronicles arrivò spezzettata: i tre volumi originali

The Winter King
Enemy of God
Excalibur


divennero cinque per Mondadori, che cambiò il nome della serie da Le cronache del signore della guerra in Il romanzo di Excalibur 🙄 (collana I Faraoni, cartonati con sovraccoperta, a sottolineare il prestigio dell’operazione):

Il re d’inverno
Il cuore di Derfel
La torre in fiamme
Il tradimento
La spada perduta


La trilogia originale. Clic per ingrandire

Il risultato italiano, i prestigiosi
farab Faraoni. Clic per ingrandire

L’Acciaio di Magdeburg, la Spina di Westeros

C
’è stato un momento in cui la narrativa italiana di genere ha scoperto di poter essere spietata. Quel momento coincide con le opere di Sergio Altieri — nom de plume Alan D. Ingegnere meccanico, sceneggiatore a Hollywood, traduttore e scrittore, Altieri assemblava intrecci narrativi fatti di precisione e pessimismo.
Se la sua produzione contemporanea (la saga di Terminal) ha definito il techno-thriller italiano, è con il passato che Altieri ha firmato il suo capolavoro, un affresco storico rimasto orfano di un tassello fondamentale.

Pubblicata da Corbaccio tra il 2005 e il 2007, la saga di Magdeburg (L’eretico, La furia, Il demone) è un monumentale e violento affresco storico incentrato sulla Guerra dei Trent’anni. Il Seicento di Altieri non è uno sfondo decorativo, ma un tritacarne. In una Germania devastata da conflitti religiosi e giostre di potere, l’autore inscena lo scontro tra due individui: Reinhardt von Dekken, principe di Turingia, e Wulfgar, il letale Eretico in nero. Attorno a loro, fango, roghi ed epidemie.
Magdeburg non è un fantasy storico, ma un horror storico nel quale l’unico elemento sovrannaturale è la ferocia umana. In questa trilogia, la scrittura di Altieri tocca l’apice: una prosa rapida, spesso priva di verbi reggenti, ricca di battaglie e di un’accurata terminologia militare secentesca.
Ma oltre ai romanzi principali c’è di più.

Il Chiostro e la Piazza: la doppia vita del lettore

C
’è una scena che si ripete di continuo, nei bar come alle fermate della metropolitana. Due persone scoprono di aver letto lo stesso libro. Per un secondo l’entusiasmo si accende, l’aria si fa elettrica, gli sguardi diventano complici. E poi, il crollo. Il dialogo che segue è un disarmante capolavoro di minimalismo.

«Hai letto l’ultimo di James Arthur Bertellozzi?»
«Finito ieri.»
«Ti è piaciuto?»
«Sì, dai, Bertellozzi non delude. E a te?»
«Abbastanza. Bello il colpo di scena, no?»
«Geniale.»
«Quanto ho pianto...»
«Però secondo me la traduzione è un po’ una pecca...»
«In effetti c’erano cose poco chiare.»
«Vero?»
«Eh, infatti.»
[Le cannucce aspirano il fondo del bicchiere.]
[Sipario.]

Viene da chiedersi come sia possibile che due persone che hanno investito ore della propria vita nello stesso universo narrativo, una volta tornate alla realtà non sappiano dirsi altro. Come mai la lettura, così potente mentre la si vive, si riduce a un pugno di banalità appena proviamo a parlarne? Dal silenzio di questo scriptorium, la risposta più immediata mi pare questa: i lettori sono, per natura, animali solitari. Leggere è un atto di isolamento volontario, uno spazio privato governato da una legge di esclusione. Quando apriamo un libro, tracciamo un confine invisibile tra noi e il mondo. Non è un effetto collaterale, ma la condizione necessaria perché la magia funzioni. Chi legge in treno usa la pagina come uno scudo sociale, l’equivalente visivo delle cuffie antirumore, un cartello che dice: “Non disturbare, sono altrove”.
Quando la storia finisce, il lettore sperimenta una specie di lutto letterario che richiede tempo per essere metabolizzato. Tradurre quell’intimità in parole spendibili durante un aperitivo è faticoso, a volte quasi un tradimento, preferiamo liquidare la questione con un monosillabo pur di non profanare il viaggio che abbiamo compiuto. Per questa categoria di lettori, l’esperienza inizia e finisce all’interno della propria coscienza.

Addio a Marjane Satrapi

Marjane Satrapi, 56 anni, è morta oggi. Straordinaria fumettista e regista iraniana naturalizzata francese, fu costretta a lasciare la sua originaria Teheran per sfuggire al regime dittatoriale degli ayatollah. È autrice della magnifica autobiografia Persepolis (tre milioni di copie vendute nel mondo, tradotta in più di venti lingue), da cui lei stessa ha tratto il toccante film omonimo, e di Pollo alle prugne e Taglia e cuci, oltre ai film The Voices e Radioactive.
L’autrice, secondo un comunicato della famiglia riportato dal quotidiano Le Monde, “è morta di dolore poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e l’amore della sua vita”.