Il Chiostro e la Piazza: la doppia vita del lettore

’è una scena che si ripete di continuo, nei bar come alle fermate della metropolitana. Due persone scoprono di aver letto lo stesso libro. Per un secondo l’entusiasmo si accende, l’aria si fa elettrica, gli sguardi diventano complici. E poi, il crollo. Il dialogo che segue è un disarmante capolavoro di minimalismo.

«Hai letto l’ultimo di James Arthur Bertellozzi?»
«Finito ieri.»
«Ti è piaciuto?»
«Sì, dai, Bertellozzi non delude. E a te?»
«Abbastanza. Bello il colpo di scena, no?»
«Geniale.»
«Quanto ho pianto...»
«Però secondo me la traduzione è un po’ una pecca...»
«In effetti c’erano cose poco chiare.»
«Vero?»
«Eh, infatti.»
[Le cannucce aspirano il fondo del bicchiere.]
Sipario.

Viene da chiedersi come sia possibile che due persone che hanno investito ore della propria vita nello stesso universo narrativo, una volta tornate alla realtà non sappiano dirsi altro. Come mai la lettura, così potente mentre la si vive, si riduce a un pugno di banalità appena proviamo a parlarne? Dal silenzio di questo scriptorium, la risposta più immediata mi pare questa: i lettori sono, per natura, animali solitari. Leggere è un atto di isolamento volontario, uno spazio privato governato da una legge di esclusione. Quando apriamo un libro, tracciamo un confine invisibile tra noi e il mondo. Non è un effetto collaterale, ma la condizione necessaria perché la magia funzioni. Chi legge in treno usa la pagina come uno scudo sociale, l’equivalente visivo delle cuffie antirumore, un cartello che dice: “Non disturbare, sono altrove”.
Quando la storia finisce, il lettore sperimenta una specie di lutto letterario che richiede tempo per essere metabolizzato. Tradurre quell’intimità in parole spendibili durante un aperitivo è faticoso, a volte quasi un tradimento, preferiamo liquidare la questione con un monosillabo pur di non profanare il viaggio che abbiamo compiuto. Per questa categoria di lettori, l’esperienza inizia e finisce all’interno della propria coscienza.

Addio a Marjane Satrapi

Marjane Satrapi, 56 anni, è morta oggi. Straordinaria fumettista e regista iraniana naturalizzata francese, fu costretta a lasciare la sua originaria Teheran per sfuggire al regime dittatoriale degli ayatollah. È autrice della magnifica autobiografia Persepolis (tre milioni di copie vendute nel mondo, tradotta in più di venti lingue), da cui lei stessa ha tratto il toccante film omonimo, e di Pollo alle prugne e Taglia e cuci, oltre ai film The Voices e Radioactive.
L’autrice, secondo un comunicato della famiglia riportato dal quotidiano Le Monde, “è morta di dolore poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e l’amore della sua vita”.

Il Paradosso del Creatore

pesso rifletto su quanto l’amore per le storie sia parte integrante dell’essere umani. È la reminiscenza di ere remote, quando i nostri avi sedevano attorno al fuoco per scacciare le ombre con racconti di caccia ed eroismo. Oggi quel fuoco è mutato in forme diverse: libri cartacei, libri digitali, cinema, serie televisive (che tanto appassionano gli abitanti di Roccafosca). Tutti cercano storie, in molte forme.
Ma mi domando: ogni mezzo espressivo ha pari dignità narrativa? Se tento di difendere questa posizione, le cose si fanno complicate.
Prendiamo, ad esempio, un adattamento a fumetti de I Miserabili. Molti sentenzierebbero che esso non potrà eguagliare il romanzo. Ma perché? (Be’, frate Aliseo direbbe che è colpa dei troppi disegni e delle poche preghiere, ma lui è un po’ bigotto.) Se Hugo avesse concepito la sua opera direttamente in forma di fumetto, oggi la chiameremmo capolavoro, non un’appendice minore della prosa.
Quindi il problema non è il mezzo, ma il fatto che tendiamo a considerare definitiva la forma in cui una storia appare per la prima volta.
Ma poniamo che un autore di fumetti riporti la trama de I Miserabili in un albo tecnicamente mediocre, e che solo in seguito Hugo ne tragga un romanzo straordinario. In quel caso, quale sarebbe l’opera vera?
L’idea potrebbe non coincidere con l’opera.
Se il romanzo di Hugo finisse per oscurare il fumetto, non sarebbe per via del medium scelto, ma perché la sua esecuzione possiede una densità intellettuale e una perizia strutturale che la prima, debole versione non era in grado di sostenere. Un’idea può essere potente, ma senza la maestria tecnica rimane un’intuizione sospesa. È l'accuratezza dell’esecuzione che trasforma un pensiero in un monumento letterario, perché l’opera definitiva non è necessariamente quella che arriva per prima, ma quella che esprime la storia nella sua forma più compiuta. Il vero discrimine non risiede nell’intenzione di chi scrive, ma nello stato in cui la storia si trova quando viene raccolta. Ci sono storie che ereditiamo come materia informe o provvisoria; in questo caso, l’opera appartiene a chi l’ha modellata dandole la sua forma definitiva. È il paradosso che troviamo continuamente nel passaggio tra media diversi, dove il secondo non si limita ad adattare, ma fonda la storia. Il romanzo Lo squalo, di Peter Benchley, è, a rileggerlo oggi, un modesto dramma provinciale zavorrato da dinamiche romance (la tresca Ellen-Hooper); Spielberg fa un lavoro di sfoltimento: rimuove il superfluo e lascia emergere il mito isolando l’archetipo ancestrale dello scontro tra l’uomo e il mostro, dando al pubblico un congegno di suspense emotivamente implacabile. L’idea iniziale era di Benchley, ma la storia che è rimasta impressa nell’immaginario collettivo, a tutti gli effetti, è quella di Spielberg.

Cronache dall’abbazia #3. Brante

a discesa dalla rocca era stata un supplizio di umidità e silenzi interrotti solo dallo scricchiolare ritmico dei sandali di fratello Anselmo. Veliante camminava con le mani infilate nelle ampie maniche del saio, sfiorando di tanto in tanto il foglio di carta ripiegato che portava con sé. Conteneva un solo nome, Ramante, e una direzione per il cuore della valle, dove i campi sfumavano in una nebbia da cui emergevano, come scheletri metallici, alcuni grandi tralicci dell’alta tensione.
Stando a quanto era stato loro riferito, in quel momento il giovane si trovava in visita dalla sua famiglia e non sapeva dell’arrivo dei monaci. Veliante prevedeva un colloquio difficile.
La loro destinazione era una casa di pietra squadrata, di una solidità greve e punitiva. Le finestre strette, profonde come feritoie in quelle mura massicce, sembravano progettate per negare l’orizzonte più che per illuminare le stanze. Intorno, l’aria ristagnava dell’odore di fumo di focolare, perché anche in primavera la valle manteneva una bassa temperatura. I due monaci si diressero all’ingresso e bussarono.
La porta fu aperta da una donna gracile. I due monaci furono subito investiti da un’ondata di incenso da quattro soldi.
«Fra Veliante e frate Anselmo,» si presentarono chinando il capo «dall’abbazia di Roccafosca. Siamo qui su mandato del nostro Abate.»
«Oh, ma certo, certo» rispose la donna. «Io sono Gloria, tanto piacere. Ma prego, entrate. Chiamo subito a mio marito.»
I monaci entrarono in casa e si fermarono nell’ingresso. Decine di simboli religiosi opprimevano il piccolo ambiente: icone, statuette, rosari, rami d’ulivo. I due si scambiarono un’occhiata eloquente.
La donna fu di ritorno in pochi istanti, accompagnata da un uomo pingue e sgraziato che si fece avanti asciugandosi i palmi sulle brache di tela grezza e presentandosi come Samuel. Chinò goffamente la testa dicendo: «Accomodatevi, accomodatevi! Casa nostra non è degna, ma ringrazziamo l’abbazia che l’ha onorata del suo sguardo.»
L’espressione dell’uomo, tutta sorrisi e compiacenza, pareva contraddirne le parole sgrammaticate. Sembrava, coi suoi salamelecchi, voler ottenere qualcosa. Veliante lo ebbe immediatamente in massima antipatia.

Cronache dall’abbazia #2. Inchiostro inquieto

l silenzio dello scriptorium fu infranto da una sequenza di colpi secchi contro il portale di quercia. Fra Veliante non sollevò la schiena, rimasta in tensione sopra un codice tardo-carolingio, ma il battito del suo cuore accelerò di una frazione. Sapeva bene che quel modo di bussare, insistente e privo di esitazione, apparteneva alla mano arrogante di fratello Aliseo — e una sua visita era, di norma, foriera di cattive nuove.
«Buongiorno, fra Veliante» mormorò Aliseo con voce untuosa.
Il bibliotecario si voltò appena. «Salute, fratello. Cosa porta la cancelleria a privarsi del suo superbo segretario?» Sperava che una rapida lusinga avrebbe abbreviato la durata di quell’intrusione.
Aliseo produsse un sorriso compiaciuto. «Sua eccellenza l’Abate desidera conferire con te nella sua residenza. Immediatamente.»
Veliante avrebbe negato qualunque altra richiesta, ma una convocazione di Roldano non era differibile, dunque ripose la lente d’ingrandimento, fissando per un istante l’ultima parola del codice: patientia. In quel momento, suonava beffarda. Lui non amava lasciare il suo regno nel mezzo delle proprie incombenze. Conosceva ogni crepa di quelle mura, ogni scaffale; erano la sua corazza, un mondo immutabile in cui il tempo si misurava in secoli, ma si risolse ad alzarsi, scuotendo le ampie maniche della tonaca scura nelle quali infilò le mani, e fece cenno ad Aliseo di precederlo.
I passi dei due monaci risuonavano nelle antiche arterie di pietra di Roccafosca. I corridoi del complesso erano alte gallerie di echi e correnti d’aria percorse dalle luci delle lampade a muro. Veliante incedeva osservando le ombre proiettate dalle bifore, traendo un piacere quasi fisico ogni volta che i suoi piedi entravano grati in una pozza di luce solare. Manteneva lo sguardo fisso innanzi; solo i novizi mostravano deferenza guardando a terra. Oltrepassato il portone della biblioteca, l’aria primaverile lo colpì improvvisamente, e socchiuse gli occhi, infastidito. I due uomini attraversarono il cortile e giunsero così alla residenza dell’Abate.