L’Acciaio di Magdeburg, la Spina di Westeros

’è stato un momento preciso in cui la narrativa italiana di genere ha scoperto di poter essere spietata e priva di ogni consolazione provinciale. Quel momento coincide con le opere di Sergio Altieri — nom de plume Alan D. Ingegnere meccanico, sceneggiatore a Hollywood, traduttore e scrittore, Altieri assemblava intrecci narrativi fatti di precisione e pessimismo.
Se la sua produzione contemporanea (la saga di Terminal) ha definito il techno-thriller italiano, è con il passato che Altieri ha firmato il suo capolavoro, un affresco storico rimasto orfano di un tassello fondamentale.

Pubblicata da Corbaccio tra il 2005 e il 2007, la saga di Magdeburg (L’eretico, La furia, Il demone) è un monumentale e violento affresco storico incentrato sulla Guerra dei Trent’anni. Il Seicento di Altieri non è uno sfondo decorativo, ma un tritacarne. In una Germania devastata da conflitti religiosi e giostre di potere, l’autore mette in scena lo scontro tra due figure indimenticabili: Reinhardt von Dekken, principe di Turingia, e Wulfgar, il letale Eretico in nero. Attorno a loro, un mondo di fango, roghi ed epidemie.
Magdeburg non è un fantasy storico, ma un horror storico nel quale l’unico elemento sovrannaturale è la ferocia umana. In questa trilogia, la scrittura di Altieri tocca l’apice: una prosa sincopata, spesso priva di verbi reggenti, cadenzata dal ritmo dei colpi di spada e ricca di un’accurata terminologia militare secentesca.
Ma oltre ai romanzi principali c’è di più.

Magdeburg. La fortezza.
Pubblicata nell’antologia corale Anno Domini (2014), per Il Giallo Mondadori, questa novella-sequel rappresenta un ritorno in quel mondo. Altieri vi rielabora in chiave claustrofobica un evento storico reale, l’assassinio di Albrecht von Wallenstein, riportando i lettori nelle sue atmosfere apocalittiche.

Magdeburg. La Via della Spada, il prequel inedito.
La morte improvvisa di Altieri, nel 2017, ha lasciato un vuoto. L’autore aveva infatti annunciato di essere al lavoro su questo quarto volume con funzione di prequel. Il libro avrebbe dovuto esplorare le origini misteriose di Wulfgar, mostrando ai lettori la giovinezza e l’addestramento che lo hanno trasformato nell’Eretico senza nome. La sua mancata pubblicazione priva la narrativa italiana di uno dei retroscena più attesi e oscuri.

Le copertine della serie

Eppure, se il talento di Altieri era d’acciaio quando impugnava la spada della narrativa storica, la sua piuma diventava stranamente gonfia e barocca quando vestiva i panni del curatore o del prefatore. Non posso dimenticare certe sue introduzioni — penso a quelle per l’antologia Sanctuary, in cui Altieri non si limitava a presentare i racconti, ma si lanciava in iperboli parlando di “ibridizzazione dei parametri” e “scavalcamento ragionato dei confini dell’immaginario”: molto fragore fuori contesto, un tentativo di nobilitare la letteratura coi decibel (come recensito a suo tempo dai Gamberi). Questa sua inclinazione alla ‘vendita aggressiva’ del prodotto editoriale è il lato oscuro del suo talento: un modo di scrivere che cercava la vertigine a tutti i costi, finendo però per stordire il lettore anziché illuminarlo.
Altieri sapeva essere un grande scrittore, ma come ‘uomo-immagine’ dell’editoria abusava di una retorica vuota. Nel nostro Scriptorium sappiamo bene che la pietra resta pietra anche se un mercante prova a convincerti che sia polvere di stelle. La verità di un libro non si misura nel rumore delle prefazioni.

Ma non si può fare un bilancio intellettuale di Altieri senza affrontare la sua controversa traduzione de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco per Mondadori. Altieri (be’, più chi lo assunse all’epoca) sdoganò Martin in Italia, portando il fantasy dalle nicchie al grande pubblico. Tuttavia, dal punto di vista critico, la sua operazione fu un oggettivo paradosso stilistico. Il limite della traduzione non fu la competenza, ma l’iper-presenza della prosa personale di Altieri, che ha sovrascritto Westeros a discapito dell’autore originale. Essendo il maestro indiscusso del noir e del techno-thriller italiano, ha trattato Westeros come un vicolo di periferia di una metropoli degradata, tentando di vestire i Lord del Nord con l’impermeabile di un detective hard-boiled.
Alcuni errori di adattamento divennero celebri tra i lettori, perché andavano ad alterare dettagli anatomici, naturalistici o araldici dell’opera di Martin. Dove Martin usava una sintassi piana, con descrizioni culinarie o araldiche, Altieri tagliava, asciugava o inseriva termini marziali o dal tono troppo hard-boiled. Nelle sue mani, il linguaggio di un Lord e quello di un contrabbandiere dei bassifondi tendevano a somigliarsi.

Alcuni errori famigerati nelle edizioni spezzate dell’epoca (oggi corretti):
– nel volume Il Trono di Spade, “shattered antler” viene tradotto come “corno di unicorno spezzato”, quando invece si tratta del palco di un cervo (un errore grave, perché viene eliminato il simbolismo araldico della morte del cervo, ovvero la casa Baratheon);
– ne La regina dei draghi, “the spitfires” viene tradotto con “balestre sputa-aria” quando invece si tratta di macchine belliche sputa-fuoco (un effetto involontariamente comico che trasforma armi d’assedio incendiarie in… ventilatori da guerra?);
– nel volume Il dominio della regina, “keepers of the keys” viene tradotto come “i bachi da seta”, quando si tratta di custodi delle chiavi e tesorieri (deviazione dal materiale originale, un abbaglio incomprensibile che trasforma dei burocrati finanziari in insetti).

In altri casi, Altieri sostituisce verbi e sostantivi con sinonimi più ricercati o desueti, che Martin non aveva usato:
– to show/to appear diventava sistematicamente palesare o palesarsi;
– ancient/old diventava quasi sempre ancestrale;
– le spade non erano solo affilate, avevano lame adamantine;
– ferite o cadaveri non erano solo in decomposizione, ma immarcescibili (termine erroneo usato da Altieri per descrivere ciò che è in realtà putrescente, forse confondendone il suono con termini legati alla marcescenza);
– statue, ombre o figure umane diventavano spesso simulacri.

Altre volte ancora, termini specifici in uso a Westeros vengono normalizzati in un italiano standard (e qui il worldbuilding linguistico va perso):
– “Maester” tradotto come Maestro (la parola originale indica l’ordine scientifico-monastico della Cittadella, ma in italiano si confonde con un insegnante o un artigiano);
– “Warg”/“Skinchanger” sono stati spesso accorpati sotto il termine generico Metamorfo, perdendo la distinzione culturale che Martin fa tra chi ‘entra’ specificamente nei lupi (warg) e chi controlla altri animali.

Quindi fu una ‘traduzione d’autore’? Mi rifiuto di prenderlo in considerazione, il concetto stesso è traballante su più lati. Forse Pavese e Montale erano giustificati nel farlo (ci sono ancora accademici che ne discutono brutalmente), ma sarebbe stato strano commissionare una traduzione di questo tipo ad Altieri, che non è mai stato un autore universalmente acclamato o studiato nelle scuole e nelle università come i sopracitati. Chi avrebbe dato credito a quel lavoro? Sarà forse stato un esperimento affascinante per i fan di Altieri, ma un ostacolo per chi cercava, giustamente, la voce di Martin.
Allora fu solo una sequela di soverchierie letterarie/professionali? Perché sarà stato consentito? Mondadori stessa lo sapeva? Se sì, volevano rendere il linguaggio appositamente più cinematografico, a uso e consumo della torma di adolescenti che immaginavano leggesse fantasy? Non lo sapremo mai. Fate le vostre ipotesi.
È stata un’eredità così pesante da spingere Mondadori, nel 2019, ad avviare una massiccia operazione di revisione del testo per correggere le sviste, pur mantenendo l’ossatura originale della traduzione di Altieri, che risulta come unico traduttore.

Traduzioni a parte, Magdeburg resta un mostro di ferocia e orrore, e, anche se non leggeremo mai La Via della Spada, il silenzio che circonda le origini di Wulfgar si sposa perfettamente con il destino dei suoi personaggi: una fine netta, brusca, nell’oscurità della Storia.

Dallo Scriptorium, nell’ora di sesta,
a beneficio dei miei successori.
A conferma, mi segno in verità

Veliante da Alsfeld
Primo Archivista di Roccafosca

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