Log dall’abbazia #4. Ascesa

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Owner: Marchesi, Valerio Ramante
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>Il freddo della valle non somigliava a nulla di ciò che avevo conosciuto negli anni trascorsi a Bologna durante gli studi. Era una lama umida che risaliva la montagna, capace di infiltrarsi tra i vestiti e aderire al corpo. Veliante è tornato dopo qualche settimana dal nostro ultimo incontro, stavolta da solo, per “scortarmi a palazzo”, come ha detto in modo estremamente simpatico. Indossava lo stesso saio della volta precedente, una specie di viola molto scuro che sembrava assorbire ogni forma di luce, con bordi dorati. È così che avevo sempre immaginato quello stramboide di Nostradamus. Il maestro non fu felice di sentirselo dire.
Detestavo ammetterlo, ma si muoveva più agilmente di me, che invece faticavo, imbardato com’ero in abbigliamento da scalata, con zaino, sacco a pelo e tutto il resto. Un po’ esagerato, col senno di poi. Era sempre qualche passo avanti a me. Certo, non era la migliore delle compagnie – come non lo ero io – ma ero esaltato all’idea di seguirlo per accedere a Roccafosca, dopo tutto il tempo passato a chiedere il permesso. L’espressione sul mio viso dovette fargli credere che sarei stato lieto di intavolare una conversazione.
«Bagaglio modesto, per il materiale che dovrebbe necessitarti» osservò.
«Ho i miei mezzi.»
«C’è qualcosa che vorrei chiederti» aggiunse senza voltarsi.
Sospirai guardando la sua schiena. «Cosa?»
«L’ultima volta hai parlato di tua madre chiamandola per nome.»
Non dissi nulla.
«Dunque?» incalzò.
«Cosa? Non era una domanda.»
«Oh, avanti.»
«Ha un nome, lo uso.»
«E tuo padre ha gridato ogni parola che ti ha rivolto.»
«Pover’uomo, un banale incidente evolutivo. Geni Neanderthal.»
«Rapporti tesi, capisco.»
«Sconvolgenti facoltà deduttive. Il titolo di maestro non rende l’idea.»
Veliante rimase un istante in silenzio, ignorando il mio sarcasmo. «I soli libri presenti erano nella tua vecchia stanza.»
«Fai sempre questa cosa, in casa d’altri?»
«Osservo, tutto qua.»
«Sì, be’… Avrai capito che quelle due sagome non sono esattamente dei docenti universitari.»
«I miei lo erano.»
«Il momento delle confidenze, finalmente
«Di certo sarai loro grato per averti pagato gli studi.»
«Lo sarei se lo avessero fatto. Ho lavorato, per pagarli.»
Il maestro annuì, ancora pensieroso. «C’è altro, vero?»
«Chissà? Magari, dico magari, non sono affari tuoi. Perché ti interessa?»
«Passeremo molto tempo a lavorare insieme, credo sia opportuno conoscersi meglio per poter mantenere questi rapporti distesi.»
«Se adesso mi dici che a Roccafosca siete tutti una grande famiglia, giuro che ti mollo in mezzo al bosco.»
Veliante inclinò la testa. «Non tutti proviamo stima per gli altri, è vero. Ci sono studiosi eccelsi e ci sono persone meno serie, ma nessuno è malvagio. Non credo avrai voglia di scappare via.»
Tu aspetta. «Anch’io ho una domanda per te, a proposito di nomi.»
«Niente da fare. Resterà Brante.»
«Di quello non mi importa. Wiliand è un nome strano per i nostri tempi. La variante più diffusa è Wieland.»
«Nota che ti rispondo anche se la tua non era una domanda. Come ho detto, i miei genitori erano docenti, amavano la storia e i vecchi nomi. Mi piace, continuiamo a parlare di questo.»
«Ma poi ci faremo le trecce, vero?»
La strada sterrata scricchiolava sotto le nostre scarpe, la salita si fece presto più ripida. I sassi iniziavano a farmi male ai piedi.
«Il tuo nome?» disse Veliante.
«Nonno materno. Archeologo. Mi regalò la mia prima enciclopedia.»
«Ah, una figura referenziale, usi il tuo secondo nome in suo onore. Capisco perché non ti dia fastidio il suo diminutivo anche potendoti presentare come Valerio.»
Annuii. Iniziavo ad avere il respiro ansante. Quelle scarpe erano davvero un bidone. Gli alberi intorno a noi non accennavano a diradarsi. Sembrava che la cima della rocca fosse protetta dal paesaggio stesso.
«Ne ho un’altra» propose Veliante.
«Evvai. Oppure, senti questa: potremmo tacere e camminare. Per dire.»
«Così è più divertente per me. Mi hai velatamente minacciato, in casa dei tuoi genitori.»
«Velatamente? Non sembra da me.»
«Mi dicesti di stare attento. Se quello che ti avevo detto di Aristarco non fosse stato vero, allora tu… Ma non finisti la frase. Tu cosa?»
«Non è mai prudente mettersi contro un nativo digitale. Con un paio di post potrei attirare l’attenzione dei media su Roccafosca, specialmente sfruttando i miei contatti lavorativi.»
«Intendo. Dunque saresti un individuo temibile.»
«Potenzialmente molto fastidioso, diciamo.»
«E pensi che dovrai ricorrere a tali astuzie?»
«No.» Veliante mi sembrò stranamente non sollevato. «Ti credo. Hai quel libro e molti altri. Vedremo se saprai condividere. Ecco, ora ho io un’altra domanda.»
«Sentiamo.»
«Quando ho detto ad alta voce il nome di Aristarco, mi hai chiesto di abbassare la voce.»
«Quando dissi. Ti chiesi
«Ah, ti prego! Il passato remoto dopo pochi giorni. Mi sanguinano le orecchie.»
«Secondo le regole grammaticali, non più in uso ma non per questo scorrette, si può usare già dopo tre ore dall’evento a cui ci si riferisce.»
«Quanto ti piace il suono della tua voce, monaco.»
«Vuoi che mi metta a parlare del trapassato?»
«Come se avessi accettato. Mi chiedesti di abbassare la voce, d’accordo, ma non credo fossi preoccupato dei miei genitori. Non volevi che Anselmo mi sentisse.»
Veliante non rispose.
«Quindi, se posso seguirti nel giochino delle deduzioni, ci sono monaci che non conoscono i libri nascosti nella tua biblioteca.»
«Nostra.»
«No, tua, se ne nascondi il contenuto ai tuoi amatissimi confratelli. Ma sarò una tomba, garantito.»
Veliante si girò verso di me con espressione seria. «Potenzialmente molto fastidioso, eh? Ultima domanda su quella nostra conversazione.»
«Spara.»
«Cos’è un septon?»
«Ah, che carino.»
*
Occorse quasi un’ora e mezza per arrivare all’ultima curva di quel dannato sentiero. Ero sfinito e dolorante. Veliante sembrava fresco e pronto a scendere e ricominciare un paio di volte. Finalmente libera dalla copertura del bosco, Roccafosca appariva nella sua grandezza. Era un complesso a metà tra una fortezza medievale e un’abbazia, arroccato sul ciglio di uno sperone roccioso isolato. La facciata era punteggiata da file di finestre rettangolari, più piccole nei piani inferiori e leggermente più ampie via via che si saliva verso il tetto a falde. Alla mia sinistra vedevo la punta a cuspide di un campanile che spuntava dalle mura insieme alla porzione di un piccolo rosone. Avrebbe dovuto essere un luogo laico, ma evidentemente in tempi passati doveva essere stato diverso. Gli archi lungo le mura si affacciano sul sentiero principale, incorniciato da una staccionata, oltre la quale c’era uno strapiombo.
Davanti a noi, ai piedi delle mura, c’erano estesi terrazzamenti ricchi di ulivi e coltivazioni, giardini attraversati da molti sentieri percorsi in quel momento da alcuni monaci che tenevano delle ceste. L’orizzonte lontano era chiuso da montagne.
Ma nulla era impressionante quanto il titanico palazzo che dominava la proprietà. Si trovava alla mia destra, un monumentale blocco quadrangolare, una fortezza che si sviluppava verticalmente; sembrava quasi il prolungamento naturale della parete rocciosa sottostante. Era costruito almeno su quattro o cinque livelli, da quanto potevo vedere dall’esterno delle mura, e i piani superiori ospitavano loggiati sostenuti da colonnine. Agli angoli superiori del palazzo e lungo la linea del sottotetto c’erano piccole torrette sporgenti sostenute da mensole in pietra. Nella sua totalità, era una massa colossale, sproporzionata.
I blocchi di pietra del palazzo precipitavano quasi verticalmente allargandosi in corrispondenza delle fondamenta. Sotto la base dei bastioni cominciava la pietra della montagna che sprofondava nel vuoto per diverse centinaia di metri.
Veliante si diresse con passo sicuro verso un pesante portone in ferro e rovere, all’interno di uno dei grandi archi.
«Bussa in fretta a quell’accidenti di porta,» dissi «devo farmi un bagno».
«Bussare?» chiese Veliante suonando un piccolo campanello. «Abbiamo un videocitofono, non siamo selvaggi.»
Una volta all’interno, il portone si chiuse alle nostre spalle con un rimbombo sordo.
Provai un brivido, mentre mi chiedevo irrazionalmente se sarei mai uscito da lì.
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