Il Chiostro e la Piazza: la doppia vita del lettore

’è una scena che si ripete di continuo, nei bar come alle fermate della metropolitana. Due persone scoprono di aver letto lo stesso libro. Per un secondo l’entusiasmo si accende, l’aria si fa elettrica, gli sguardi diventano complici. E poi, il crollo. Il dialogo che segue è un disarmante capolavoro di minimalismo.

«Hai letto l’ultimo di James Arthur Bertellozzi?»
«Finito ieri.»
«Ti è piaciuto?»
«Sì, dai, Bertellozzi non delude. E a te?»
«Abbastanza. Bello il colpo di scena, no?»
«Geniale.»
«Quanto ho pianto...»
«Però secondo me la traduzione è un po’ una pecca...»
«In effetti c’erano cose poco chiare.»
«Vero?»
«Eh, infatti.»
[Le cannucce aspirano il fondo del bicchiere.]
Sipario.

Viene da chiedersi come sia possibile che due persone che hanno investito ore della propria vita nello stesso universo narrativo, una volta tornate alla realtà non sappiano dirsi altro. Come mai la lettura, così potente mentre la si vive, si riduce a un pugno di banalità appena proviamo a parlarne? Dal silenzio di questo scriptorium, la risposta più immediata mi pare questa: i lettori sono, per natura, animali solitari. Leggere è un atto di isolamento volontario, uno spazio privato governato da una legge di esclusione. Quando apriamo un libro, tracciamo un confine invisibile tra noi e il mondo. Non è un effetto collaterale, ma la condizione necessaria perché la magia funzioni. Chi legge in treno usa la pagina come uno scudo sociale, l’equivalente visivo delle cuffie antirumore, un cartello che dice: “Non disturbare, sono altrove”.
Quando la storia finisce, il lettore sperimenta una specie di lutto letterario che richiede tempo per essere metabolizzato. Tradurre quell’intimità in parole spendibili durante un aperitivo è faticoso, a volte quasi un tradimento, preferiamo liquidare la questione con un monosillabo pur di non profanare il viaggio che abbiamo compiuto. Per questa categoria di lettori, l’esperienza inizia e finisce all’interno della propria coscienza.

Eppure, se questa fosse tutta la verità, l’editoria avrebbe un altro volto, perché un’enorme e rumorosa fetta di lettori fa l’esatto contrario: comunica in modo quasi ossessivo, trasformando la lettura da atto privato a tratto identitario pubblico. Osservando le correnti digitali che arrivano fin quassù, vedo fenomeni che ribaltano completamente l’idea del lettore asociale:

• Molti canali social (BookTok, Bookstagram) vivono di performance. I lettori non si limitano a dire “mi è piaciuto”, ma analizzano tropi, creano playlist per i personaggi, si filmano mentre piangono davanti alla telecamera. La lettura diventa palcoscenico.
• Su piattaforme come Goodreads o StoryGraph, la lettura viene misurata e resa visibile. Si registra ogni progresso (“Pagina 45 di 320”), si partecipa a sfide, si mostrano gli obiettivi raggiunti come in un videogioco. Sapere che gli altri sanno cosa si sta leggendo è diventato parte del piacere.
• Persino una borsa di tela con il logo di un editore o una maglietta con una citazione sono segnali di appartenenza, un modo per dire ai passanti: “Sono nel tuo stesso club, vedimi, riconoscimi”.

I book club, che dovrebbero essere una via di mezzo, spesso si rivelano una fonte d’ansia. Molti confessano di vivere la scadenza mensile come un compito a casa, a cui si aggiunge l’ansia da prestazione: il timore di non avere cose intelligenti da dire o di non saper fare un’analisi adeguata. In alcuni casi, la discussione viene monopolizzata dai più estroversi, mentre ammettere di aver trovato noioso il libro scelto dalla maggioranza diventa socialmente rischioso.

Non stiamo parlando di due specie diverse. Il lettore solitario e quello sociale sono spesso la stessa persona. Siamo creature ambivalenti. Lo stesso individuo può trincerarsi dietro un saggio per fuggire dalla realtà, e la settimana dopo cercare disperatamente una tribù su Telegram per commentare un thriller ad alta tensione.
L’ultima tendenza, non a caso, mi sembra la sintesi perfetta di questo dualismo: i Silent Reading Party, persone che si incontrano in un locale e ognugno legge in silenzio il proprio libro. È la massima celebrazione della solitudine condivisa. C’è il bisogno della presenza dell’altro, il senso di comunità, ma la socialità verbale è rimandata.
Forse il bello della lettura è proprio in questa continua oscillazione. Non dobbiamo scegliere se essere eremiti o esibizionisti, possiamo goderci il silenzio e un attimo dopo cercare una tribù che convalidi il nostro lutto letterario. Il dialogo del bar, allora, potrebbe non essere un fallimento, ma solo un segno di rispetto per una storia che, prima di diventare conversazione, è stata una faccenda maledettamente privata.

Dallo Scriptorium, nell’ora di sesta,
a beneficio dei miei successori.
A conferma, mi segno in verità

Veliante da Alsfeld
Primo Archivista di Roccafosca

1 commento:

  1. Sono decisamente un lettore solitario, forse perché la lettura inizia e finisce nel suo spazio. È un mondo in cui mi immergo per poi uscirne una volta chiuso il libro e tornarci di nuovo in un secondo tempo.

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