Il Tempio di Polvere

a dove provenga il sacro fuoco per la lettura è una questione che agita i dotti. Dubito che l’argomento riguardi progenitori o inclinazioni; trovo sia più questione di ciò che si respira in casa prima ancora di imparare a reggere un sillabario.
Nel mio caso è un dono ricevuto dai miei genitori, anche se elargito inconsapevolmente.
I miei ascendenti, figli della dura terra assiana, che spacca le schiene e indurisce i cuori, cercarono riscatto nella città. Con sacrifici che oggi farebbero inorridire certi nostri novizi — che si lamentano se il refettorio è troppo fresco — edificarono l’agognata dimora, al cui interno scelsero di tenere dei libri.
Enciclopedie, atlanti, trattati, diari, biografie… un’intera stanza ne era colma. File, pile e scaffali di volumi che invitavano al piacere.
Ora, v’è un dettaglio stravagante: non li lessero mai.
Troppo abituati a lavorare le terre del Volgelsberg, per loro il libro era un oggetto scolastico, non un piacere. Nel frattempo, il piccolo Wiliand osservava quegli strani, strani adulti faticare dall’alba al vespro per poi investire i guadagni non in viaggi o mollezze, ma in carta stampata. Va detto anche che conservavano i libri con cura mediocre, nel sottotetto, luogo che ai miei occhi di fanciullo appariva però come un sacrario. Perché mai non li abbiano esposti con orgoglio in salone, lasciandoli invece a impolverarsi nell’ombra, resta un mistero che nemmeno fratello Malachia saprebbe sciogliere coi suoi decotti. Probabilmente li acquistarono per vantarsene con i compaesani in caso di loro visita, ma poi dovettero pensare che mettere in mostra (perfino) dei libri li avrebbe resi troppo bizzarri.
Comunque fosse, il più era fatto, e nella mia mente di bambino s’era scolpito un dogma: i libri sono beni per cui vale la pena investire tempo e denaro. Erano preziosi, erano un premio.
Iniziò così la mia furtiva, divertente doppia vita. Di giorno, timido bambino che allineava i fumetti sulla mensola, di notte abile stratega. Lasciavo le coltri con passi felpati, sfidando lo scricchiolio delle assi, e salivo non visto nel mio tempio privato. Alla fioca luce di una torcia — antenata della mia candela da scriptorium — abbandonavo il mondo per ore.
Credo che i miei illustri parenti ignorino tuttora che io abbia divorato la maggior parte di quel tesoro entro i quindici anni. Probabilmente attribuivano i miei buoni giudizi nelle lettere ai miei albi illustrati, ignorando le mie veglie polverose tra epistole e almanacchi.
Poi, semplicemente, non ho più smesso. In seguito venni a vivere a Roccafosca e mi lasciai alle spalle il nome di Wiliand, prendendo il posto di archivista che oggi umilmente ricopro.

Se questa alchimia ha funzionato per me, può funzionare per chiunque. Non occorre nascondere le gazzette triviali per ostentare i classici quando i pargoli sono nei paraggi; è sufficiente mostrar loro che un libro ha un valore tale da giustificare la fatica del lavoro. A volte, basta che i libri si trovino in casa, anche se in disparte.
D’altronde, anche qui a Roccafosca, molti confratelli sostengono di amare la biblioteca, anche se sospetto sia solo perché essa getta una bella ombra in estate. Ma fintanto che continuano a rifornirmi d’inchiostro e pergamena, non mi lamenterò.

Dallo Scriptorium, sul finire di sesta,
a beneficio dei miei successori.
A conferma, mi segno in verità

Veliante da Alsfeld
Primo Archivista di Roccafosca

2 commenti:

  1. Il ‘tempio privato’ nel sottotetto è una bellissima immagine. I dettagli semplici e quotidiani rendono tutto vivo. E soprattutto ora voglio saperne di più su Malachia ed i suoi decotti!

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  2. "Trovo sia più questione di ciò che si respira in casa prima ancora di imparare a reggere un sillabario." Credo che in questa frase ci sia la chiave di tutto. Questo articolo dimostra come l'esempio e il valore che diamo alle cose contino più di mille prediche. Una storia di formazione bellissima, che profuma di polvere, sottotetti e passioni segrete.

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