Cronache dall’abbazia #1. Apertura dell’Archivio

l pellegrino deve sapere, mentre giunge ai cancelli dell’abbazia, che questo spazio non nasce per vanità.
C’è stato un tempo in cui avevo altre dimore digitali, ora cadute nell’oblio; questa volta, però, ho giurato a me stesso che le mura dello Scriptorium resteranno in piedi, anche se dovessi smettere di abitarle.
Io non ricerco la folla. Non sonerò campane per richiamare sodali, parenti o viandanti distratti. Questo blog è il mio messaggio in bottiglia affidato alle correnti dell’oceano digitale: se qualcuno lo raccoglierà e vorrà rispondere, ne sarò lieto; in caso contrario, le parole resteranno a testimoniare il mio passaggio.

Ma sarà bene vergare qualche parola sulla mia persona e sul mio ruolo.
Il mio nome fu Wiliand, e nacqui ad Alsfeld, in terra d’Assia, dove le selve si fanno roccia e i cuori si temprano al gelo, ma quel nome lo lasciai ai piedi della montagna quando varcai la soglia di questa vetusta abbazia. Tra le mura silenti di Roccafosca, mia nuova dimora, rinacqui in altra veste, e ora gli amati confratelli si rivolgono a me come fra Veliante.
Dal mio studiolo, come umile cronista, dedicherò il mio tempo e il mio inchiostro all’arte dei libri e alla letteratura.
Il mio vecchio cuore batte per le storie. Non importa con quale mezzo arrivino a me — sia esso un volume rilegato, una striscia illustrata o una proiezione cinematografica — purché la materia narrativa sia nobile. Ma ammetto che tra le pagine di un tomo la mia mania si fa più acuta: raccolgo libri e pergamene con un ardore che rasenta, temo, il quadro clinico… o almeno così borbotta fratello Malachia, l’erborista dell’abbazia, mentre mi prepara gli infusi per la vista. Il venerando Abate, quale santo complice (ma sospetto anche per tenermi lontano dalle cucine) si è compiaciuto di affidarmi la custodia della nostra biblioteca; io mi impegno per ampliarne i confini, e negli anni ho potuto inaugurare nuove sale, ognuna ricolma di volumi che giungono a Roccafosca da ogni dove.
Dopo stagioni disorganizzate, ho deciso di imporre un ordine monastico alle mie letture. Poiché il tempo concesso a ogni uomo è un bene limitato, ho definito tre leggi fondamentali alla mia sopravvivenza letteraria.

Il congedo necessario. Non giungerò alla fine di un tomo se l’autore ha smarrito la via.
Il disdegno del clamore. Ignorerò le mode effimere, lasciando che siano i villici a entusiasmarsi per ogni carta imbrattata. I monaci di Roccafosca lasciano i sospiri di certi melensi non-morti a chi ha tempo da perdere, e badano solo alla qualità che resiste al tempo.
L’orizzonte del piacere. Ho collocato nel mio studio un pannello d’ardesia su cui ho tracciato i nomi delle grandi saghe che intendo affrontare: guardarlo è come contemplare una mappa di terre ignote. Sapere che mondi interi attendono solo di essere scoperti mi entusiasma profondamente.
Ah, le soavi bizzarrie dei lettori.

Ormai da due anni il mio spirito dimora tra le pagine della saga di Shannara. Non alludo ai tre romanzi originali; sto percorrendo l’intera strada tracciata da mastro Brooks. Leggo in questi giorni il ventiduesimo volume e, se la penna dell’autore ci sarà propizia, il numero salirà a trentasette, tra novelle e frammenti illustrati.
Taluni confratelli — le cui letture, temo, non si spingono oltre il calendario delle semine — mi domandano costernati: “Perché dedicarsi a trentasette volumi d’una singola saga?”. Rispondo loro che nell’immensità della narrativa fantastica c’è chi ha osato ben di più, dai maestri Jordan e Hobb sino al lontano Oriente, ove la Guin Saga della maestra Kurimoto Kaoru tocca i centotrenta volumi.
C’è una bellezza antica nelle lunghe saghe. Ci permettono di abitare un mondo per un tempo indefinito, di veder crescere i personaggi e di ammirare l’architettura complessa di un universo intero. Alcuni, come i miei confratelli copisti, misurano la grandezza in volumi, altri in pagine, ma se volessimo essere rigorosi come antichi sapienti, dovremmo contare le parole. In tal caso, so che dopo Shannara mi attende il colosso dei colossi: La Ruota del Tempo di mastro Jordan, con i suoi 4,4 milioni di parole, vetta impressionante. Il pensiero che quella mole di inchiostro mi aspetti, da qualche parte nel futuro, è meraviglioso.

Questo è ciò che troverete qui: un uomo e la sua passione per le storie, e altre volte episodi di vita monastica.
Ma ahimè, ecco che la campana chiama i fratelli ai canti di nona. Tempo di riporre la piuma di falco.
Lancio così la prima bottiglia.

Dallo Scriptorium, al principio di nona,
a beneficio dei miei successori.
A conferma, mi segno in verità

Veliante da Alsfeld
Primo Archivista di Roccafosca

1 commento:

  1. apprezzo molto il tono di questo spazio: un diario di chi ama le storie prima ancora dei libri. E poi l’idea delle ‘leggi fondamentali’ del lettore mi ha fatto sorridere perché, in fondo, ogni lettore appassionato finisce per costruirsele da solo.

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