Chi non legge si nutre di flussi informativi rapidi, slegati e spesso non verificati, perdendo l’allenamento al pensiero complesso dato dalla fruizione continuativa di saggistica e narrativa. Senza questa palestra mentale viene a mancare il metro di misura della fatica intellettuale propria e altrui. L’incapacità di capire i limiti della propria competenza è il primo sintomo dell’effetto Dunning-Kruger (o Paradosso dell’incapace): chi non ha mai approfondito una materia non ha idea di quanto essa sia vasta, ma comunque ne va blaterando volentieri a destra e a manca.
Ad esempio, durante la pandemia da COVID abbiamo tutti assistito alla trasformazione dell’utente medio dei social in esperto virologo; egli era partito dal presupposto fallace che la scienza sia un insieme di nozioni isolate accessibili a tutti con una ricerca su Google. Ma trovare un’informazione è molto diverso dal capirla. Queste persone ignorano che il sapere è stratificato, che non possono capire la virologia (materia specialistica che in un corso di laurea in Medicina si affronta dopo anni di solide basi di biochimica e fisiologia) perché non è alla portata di matricole e curiosi. Chi pensa di poter approcciare a freddo un tema simile ha scambiato lo studio per una raccolta di curiosità, mentre la scuola ci insegna il contrario già dalle elementari. Chi studia un campo del sapere impara a fare le domande corrette, mentre chi non lo fa salta convinto alla soluzione errata.
Eppure il criterio è semplice: se una persona parla di un tema specialistico (medicina, diritto, architettura) senza averlo mai studiato, la sua sarà un’opinione non qualificata.
Accade spesso dopo eventi critici, non solo come col COVID, ma anche in altre situazioni gravi. I sopravvissuti a una catastrofe ambientale (un’alluvione, un incendio calamitoso, un terremoto) lo sanno bene: nel corso del tempo molte persone che non hanno vissuto un’esperienza simile hanno detto loro di capire esattamente cos’hanno passato, come dovrebbero sentirsi, di cos’hanno bisogno, cosa dovrebbero fare, nel dettaglio.
Situazione: mio figlio si è rotto una gamba, domani lo opereranno. Andrò a dire al chirurgo che il mio amico ingegnere edile gli consiglia un tipo di intervento anziché un altro? Ovviamente no, e non perché l’ingegnere edile sia stupido, ma perché non possiede l’addestramento clinico per valutare quel contesto, non ha studiato chirurgia, la sua parola non avrebbe autorità.
Non possiamo impedire a questi umani di parlare, ma possiamo riconoscere la loro incompetenza quando parlano e comportarci come se non avessero detto nulla.
E se, per pura coincidenza, l’ingegnere avesse ragione? Non cambierebbe la natura del problema. Un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno, ma nessuno vi si affiderebbe per regolare la giornata. Un’affermazione si misura sul procedimento che l’ha generata: se il metodo è assente, l’argomento resta inaffidabile anche se si azzecca la conclusione per caso. Questo non significa che gli esperti abbiano sempre ragione o siano d’accordo tra loro — accade, ed è anche salutare che accada — ma che un disaccordo tra chi ha studiato una materia si giudica con gli strumenti del metodo, non mettendolo ai voti tra chi non l’ha mai studiata.
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Pensiamo a Gwyneth Paltrow, che dal successo come attrice ha costruito un brand del benessere (Goop) fondato su consigli pseudoscientifici riguardo salute e nutrizione, criticati a più riprese da medici e riviste specializzate — senza che una laurea in medicina o biologia sia mai comparsa nel suo percorso.
Come spiega Tom Nichols, docente presso lo US Naval War College, in La conoscenza e i suoi nemici, assistiamo a un attacco al concetto di competenza, dove l’opinione di chiunque viene equiparata al percorso di chi studia, e questo è un cortocircuito pericoloso. Chi legge in modo critico sa che l’autorità è specifica e legata alla ricerca, ma chi non lo fa si lascia abbagliare dalla notorietà, dimenticando che un esperto in un determinato settore resta un profano in tutti gli altri. Le persone che possiedono allo stesso tempo più competenze specifiche di altissimo livello sono estremamente rare: quanti medici-e-architetti-e-notai conoscete? O anche solo medici-e-architetti?
La responsabilità di questo cortocircuito non è solo del singolo che pensa di essere tuttologo, ma anche e soprattutto del sistema mediatico. Per quale motivo giornali e conduttori televisivi pongono domande su temi bioetici o scientifici a romanzieri, attori, soubrette e politici che hanno zero formazione scolastica in materia? La risposta è infotainment, intrattenimento informativo, che però non è affatto informativo: per un talk show o un giornale online, l’opinione di una celebrità garantisce un guadagno in termini di share e click preferibile alla fondata e attendibile spiegazione di uno scienziato. Cioè: al programma non importa niente se sta diffondendo informazioni false, la cosa importante è che qualcuno stia guardando. Se gli importasse, ci sarebbe una controparte realmente competente a ribattere a tono, ma non avviene. Quando un giornalista chiede a un politico cosa ne pensi della sicurezza di un vaccino o a una scrittrice cosa sia la biologia di genere, sta disinformando deliberatamente, dicendo al pubblico che la conoscenza è una questione di punti di vista e opinioni, e non di evidenze (!).
Le giraffe sono erbivore. Ma se il Ministro delle Finanze dice che sono carnivore dev’essere così. Giusto?
In questo modo, i media non sono più canali di informazione accurata, ma solo moltiplicatori di rumore, e trasformano la competenza in un accessorio trascurabile rispetto alla notorietà. Ovvero: se sei famoso ne sai più di un laureato. Milioni di persone lo credono davvero.
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Un politico cerca di stabilire cosa sia naturale senza avere competenze scientifiche? Allora sta mistificando, sfruttando la propria carica per spacciare un pregiudizio ideologico per un dato di realtà.
Come spiega il sociologo Edgar Morin nella voce da lui co-curata per l’enciclopedia Treccani e nel suo saggio La sfida della complessità, comprendere la realtà richiede di riconoscere i limiti dei modelli che la riducono a slogan, rifiutando le semplificazioni con cui si prova a escludere ciò che non si comprende. Ovvero: la complessità chiede uno sforzo cognitivo maggiore rispetto alle semplificazioni riduttive con cui cerchiamo d’interpretare il mondo. La letteratura e la saggistica serie sono l’unico antidoto a questo processo: ci insegnano che la natura è un sistema oggettivo da studiare e non un codice di condotta da inventare insensatamente per escludere chi non ci piace; lamentarsi non conferisce un titolo di studio.
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Il segno distintivo del lettore consapevole non è l’accumulo di certezze, ma l’opposto: l’onesta capacità di dire “non so” di fronte a un tema che richiede competenze che non possiede. Chi legge molto finisce inevitabilmente per sentirsi meno sicuro di chi non legge affatto, perché ha intravisto quanto sia profondo l’abisso dello scibile umano. In una biblioteca vera, non in una di quelle immaginarie nella mente dei tuttologi, il tempo passato tra gli scaffali insegna una cosa sola: più libri hai aperto, più ti accorgi di quanti non hai ancora nemmeno sfiorato. Chi in biblioteca non ci ha mai messo piede, invece, è certo che sia piccola.
Dallo Scriptorium,
giusto in tempo per la siesta
Brante
Novizio/schiavo/facchino della Biblioteca
giusto in tempo per la siesta
Brante
Novizio/schiavo/facchino della Biblioteca
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