La sua è una storia di manipolazioni, riscritture, censure e falsificazioni: una guerra di traduzione che ha ridefinito struttura, stile e lingua del testo.
Per raccontare questa storia, mi sono basato sulle introduzioni alle due migliori edizioni italiane attualmente sul mercato: quella di Einaudi e quella di Feltrinelli. Tra parentesi quadre indicherò le fonti: Francesco Gabrieli per la prima, Roberta Denaro per la seconda.
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La storia occidentale di Alf layla wa-layla (titolo originale) iniziò a Parigi, tra il 1704 e il 1717, con l’orientalista e traduttore Antoine Galland, che basò il suo lavoro su alcuni manoscritti arabi di provenienza siriana; solo tre di essi sono arrivati a noi (conservati alla Bibliothèque Nationale di Parigi, MSS. 3609-11): all’interno si trovano il prologo e 282 notti.[Denaro]
Ma Galland non usò la cura che avremmo oggi: “normalizzò” il testo sul gusto francese, eliminando numerose poesie, smussando l’erotismo e la violenza e trasformando l’arabo colloquiale nella prosa dei salotti settecenteschi.[Denaro] [EDIT di Brante: Rilevo una leggerissima megalomania.] Per molto tempo si è pensato a Galland come a un falsario, ma studi recenti lo mostrano piuttosto come un letterato che rivoluzionò stile e lingua per ottenere una traduzione “libera ed elegante” […], “sostanzialmente fedele” agli intrecci narrativi originali.[Gabrieli]
Galland si trovò presto di fronte a un problema: il manoscritto arabo era incompiuto. Per colmare il vuoto, introdusse racconti (alcuni molto noti, come Aladino, Ali Babà o I viaggi di Sindbad) che non esistevano in originale e neanche nelle versioni arabe note al tempo, e che gli furono dettati da Hanna Diyab, un viaggiatore giunto a Parigi nel 1709 (il contributo è confermato dai diari di Galland). I racconti furono poi rielaborati e ampliati, una mole di invenzioni e modifiche arbitrarie la cui portata è impossibile da determinare.[Gabrieli-Denaro]
Il primo volume della traduzione vide la luce nel 1704, dedicato a Madame la marquise d’O, dama di corte della duchessa di Borgogna. Non fu un omaggio galante, come spiega lo stesso Galland: il padre di lei fu ambasciatore di re Luigi 14º a Costantinopoli, e il traduttore ne onorò la memoria dedicando l’opera a sua figlia (un uso editoriale comune, all’epoca).
Lo studioso Abdelfattah Kilito riporta una curiosità: Galland avrebbe usato le fattezze della marchesa per la descrizione della “sua” Shahrazād [EdB: Non stava assolutamente cercando di far colpo].
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Nel 19º secolo la storia si spostò in Inghilterra, in piena nevrosi vittoriana.
• Edward William Lane applicò una censura feroce. Disinfettò[Borges] il testo eliminando riferimenti sessuali o religiosi ritenuti disdicevoli e seppellendo il racconto sotto una mole di note enciclopediche: il testo divenne più che altro un trattato sui costumi arabi ad uso dell’impero coloniale [EdB: Lui e Galland avrebbero potuti essere compagnoni di sbronze].
• John Payne (1882-84) realizzò invece la prima traduzione inglese integrale, in prosa piana e senza enfasi scandalistiche; un lavoro erudito ma poco valorizzato, presto oscurato dal successivo.
• Richard Francis Burton, il più celebre dei tre, pubblicò una traduzione monumentale che dipendeva largamente dal lavoro di Payne.[Gabrieli] Stampata privatamente per aggirare la censura, questa traduzione esasperava con lunghe digressioni antropologiche e scientifiche quel che Lane aveva occultato.[Gabrieli] L’inglese usato era arcaizzante e pieno di neologismi, un faticoso pastiche stilistico.
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Tra il 1899 e il 1904, il medico francese Joseph-Charles Mardrus pubblicò una versione presentata come “la prima traduzione letterale e integrale, parola per parola, pura, inflessibile”, ma era un altro imbroglio. Infatti non tradusse fedelmente; si adeguò al Simbolismo e al Decadentismo gonfiando le descrizioni ed esasperando l’erotismo; il linguaggio era sontuoso e iperbolico: non era l’Oriente medievale, ma la Parigi fin de siècle proiettata a Baghdad. Lo specialista Francesco Gabrieli definì questa versione “la bella infedele”: un’opera d’arte che in realtà non seguiva alcun testo arabo ricostruibile e includeva materiali estranei al testo originale. L’imbroglio funzionò: il libro ebbe un successo immenso, e le prime traduzioni italiane (1921, 1928) furono condotte su questa versione.
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Il 1948 fu un punto di svolta per la cultura italiana, con la traduzione dell’arabista Francesco Gabrieli per Einaudi (collana I Millenni), ossia la prima versione italiana condotta direttamente sull’arabo dopo secoli di ritraduzioni dal francese e dal russo.[Gabrieli]
Il testo su cui Gabrieli e i suoi collaboratori lavorarono fu una ristampa egiziana della nota edizione Būlāq (editore Al-Matba’ah al-Sharafiyah, 1888-89), ma sempre tenendo sott’occhio la celebre edizione indiana Calcutta II, per i punti in cui il testo egiziano era confuso o errato. Fu davvero una traduzione parola per parola, nella quale furono reinserite le poesie e la prosa rimata, soppresse o edulcorate in passato.[Gabrieli]
Gabrieli illustra la genesi dell’opera: l’orientalista Hermann Zotenberg aveva analizzato le varie edizioni intuendo dietro di esse una struttura, e aveva scoperto che gran parte delle versioni ottocentesche delle Notti non erano antiche come si credeva, ma discendevano da una rielaborazione egizia della fine del 18º secolo; infatti le edizioni più famose (come Būlāq) non riportavano il testo originale dell’opera, ma derivavano da una famiglia di manoscritti rimaneggiata e standardizzata in Egitto nel Settecento, da tradizione orale.
Gabrieli sottolinea che il manoscritto usato da Galland per la prima traduzione settecentesca apparteneva a un filone diverso, non egiziano ma siriano; un’opera molto diversa, più arcaica rispetto alle successive edizioni egiziane.
Nel testo Einaudi ci sono tre grandi strati: un nucleo indo-persiano (la storia-cornice), le aggiunte del ciclo di Baghdad e infine il gruppo più tardo di novelle egiziane.[Gabrieli] I versi poetici, che Gabrieli definisce “una vera zavorra”, sono stati conservati integralmente per fedeltà al testo.
Il risultato è colto e fluido, un punto di riferimento italiano per cinquant’anni, anche se rispecchia “la lingua e le scelte, a volte discutibili, degli editori ottocenteschi del testo arabo”.[Denaro]
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Gli studi sui manoscritti sono proseguiti, e hanno avuto un’altra svolta grazie a Muhsin Mahdi, professore di lingua araba a Harvard, che ha pubblicato la prima edizione critica di Alf layla wa-layla dopo venticinque anni di lavoro sui manoscritti superstiti.
Mahdi è partito dal manoscritto siriano usato da Galland e lo ha confrontato con gli altri manoscritti della stessa tradizione, ricostruendone un archetipo comune; ha poi fatto lo stesso con la più tarda famiglia di manoscritti egiziani; infine ha confrontato i due archetipi così ricostruiti, nel tentativo di risalire a un antenato comune. A questo punto, secondo Mahdi, non è stato possibile andare oltre.
Quindi si tratta di una ricostruzione filologica: la fonte madre non è stata ritrovata. Mahdi ha ipotizzato che essa sia stata redatta in Siria tra il 13º e il 14º secolo. Il manoscritto usato da Galland, che Mahdi considera il più antico e il più vicino all’originale perduto, ne conserverebbe il nucleo fondamentale: una raccolta relativamente omogenea di circa quaranta racconti e 282 notti, che in ogni manoscritto analizzato si interrompe all’interno della storia di Qamar al-Zamān e Budūr. Quindi il manoscritto non contiene la conclusione della storia di Shahrazād, e ovviamente non contiene i classici introdotti da Galland e Diyab nel Settecento. Secondo Mahdi, però, questa interruzione non implica necessariamente la conclusione dell’opera originaria (improbabile che sia stata scritta senza finale): il testo che possediamo oggi non è quello originario, ma una copia successiva.[Denaro]
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| Il canone tradizionale (Einaudi/Būlāq) |
Il testo più antico (Feltrinelli/Mahdi) |
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|---|---|---|
| Estensione | 1001 notti (completo, enciclopedico) |
Si interrompe alla notte 282 |
| Stile della lingua | Arabo classico, colto e restaurato |
Arabo medio, quotidiano, a volte gergale |
| Grandi classici | Include Aladino, Alì Babà, Sindbad |
Assenti nel nucleo medievale |
| Tonalità | Fiabesca, lirica, complessa |
Asciutta, rapida, realistica |
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La storia delle Mille e una notte mostra un’idea di Oriente che è letteraria, coloniale e di genere.
Oggi chi vuole leggere le Notti si trova davanti a libri profondamente diversi. Einaudi offre il grande affresco conosciuto da generazioni di lettori italiani: un’opera ampia, fiabesca, in un italiano colto; Feltrinelli, invece, presenta la ricostruzione condotta sul più antico manoscritto della tradizione, un testo più breve, privo di molti dei racconti noti nella tradizione occidentale, ma più vicino alla forma antica del libro.
E qui arriva il paradosso: il testo ricostruito da Mahdi non è diventato quello di riferimento per il grande pubblico. Le Notti che continuano a circolare nelle edizioni arabe e occidentali sono il risultato di una storia testuale molto più lunga e stratificata, come abbiamo visto, nella quale il nucleo antico ricostruito da Mahdi convive con aggiunte successive.
Resta una domanda: qual è l’originale, dopo secoli di aggiunte, copie e riscritture? Einaudi e Feltrinelli offrono libri diversi, e nessuno dei due è il libro. La fonte madre sembrerebbe perduta, ma ci resta la speranza (non del tutto irragionevole, viste le scoperte degli ultimi decenni) che un giorno un manoscritto ancora più antico riemerga da una biblioteca dimenticata per restituirci i racconti originali.
Dallo Scriptorium, nell’ora di sesta,
a beneficio dei miei successori.
A conferma, mi segno in verità
Veliante da Alsfeld
Primo Archivista di Roccafosca
a beneficio dei miei successori.
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Primo Archivista di Roccafosca
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