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Gamberi Fantasy: l’impero della logica

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ei primi anni Duemila, il web letterario italiano subì uno shock. In un panorama dominato da un’editoria che si perdeva in impressioni estetiche, spesso ipocrite, e trattava il fantasy come un genere di serie B per ragazzini, comparve il blog Gamberi Fantasy. L’autrice, sotto il nickname Gamberetta, non si limitava a recensire libri con un “mi piace”; introduceva un sorta di metodo scientifico. Le sue storiche recensioni erano sempre accompagnate da precise citazioni, puntualmente smontate e corrette. Per lei, la narrativa non dovrebbe essere uno sfogo lirico, ma un serio artigianato regolato da leggi psicologiche e logica ferrea.
Con la fiera riaffermazione delle sue tesi nel 2023 (data dell’ultimo aggiornamento del blog), quello di Gamberetta emerge come il tentativo più implacabile e riuscito di importare in Italia la scuola della narratologia americana e anglosassone, radendo al suolo quel vecchio “principio di autorità” che per decenni ha protetto autori ed editori considerati intoccabili.
Al contrario, lei non ha mai automaticamente considerato un autore bravo o valido solo perché era stato pubblicato, anzi, questo lo esponeva a critiche, soprattutto se i suoi errori non erano stati corretti da lui stesso o dal suo editore (peggio ancora). La reputazione dell’uno o dell’altro valeva ancora meno e peggiorava le cose: più un editore era grande e rinomato, più era grave che pubblicasse autori mediocri senza revisionarne i testi.

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In quel periodo, a giudicare da pubblicità e interviste, sembrava che scrivere fosse un incontrollabile moto dell’animo in cui l’ispirazione contava tutto e la progettazione quasi nulla. Ma questo poteva essere il punto di vista degli autori. Gli editori, invece, dopo i successi cinematografici di Il Signore degli Anelli, Harry Potter e Pirati dei Caraibi, volevano solo vendere roba fantasy, un genere del quale capivano quasi zero e che associavano al massimo alla prima adolescenza, ergo in libreria apparve l’opera di ogni genere di imbrattacarte, tanto il pubblico (che seguiva la moda del momento) avrebbe comprato tutto. Il piano funzionò: autori atroci, che mai avrebbero raggiunto la pubblicazione in altre circostanze e che in seguito svanirono per il 99%, riempirono gli scaffali. Le recensioni di Gamberetta, concentrate sulla narrativa fantasy italiana (Licia Troisi principale bersaglio), furono desolatamente illuminanti. Il blog separò in modo chiaro il talento dall’improvvisazione. Disse nel 2008 l’allora giovanissima Chiara Strazzulla:
“Scrivere […] è una cosa che ti viene, è come uno starnuto, è come una risata, ti esce, è lì, devi pigliare una penna e scrivere.”
Per Gamberetta divenne l’esempio negativo perfetto, un approccio ‘fisiologico’ che non è poesia, ma l’alibi del dilettante, quando invece la scrittura dovrebbe essere intesa come ingegneria della parola e la pagina dovrebbe essere in grado di reggersi da sola davanti agli occhi del lettore.

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Una delle accuse mosse a Gamberetta fu quella di voler imporre rigide americanate come lo show, don’t tell. Nei suoi manuali del biennio 2009-2010 (Descrizioni, Dialoghi, Mostrare), l’autrice smontò questa argomentazione provando che l’atto del mostrare non è una moda d’oltreoceano, ma una necessità psicologica universale. Per farlo, rintracciò le radici storiche della narrazione nel drammaturgo giapponese Chikamatsu Monzaemon (Naniwa miyage, 1738), in George Campbell (The Philosophy of Rhetoric, 1750) e nel saggio The Philosophy of Style di Herbert Spencer (1852): il cervello umano ha energie limitate e l’autore ha il dovere di risparmiare fatica cognitiva al lettore, offrendo immagini concrete anziché astrazioni.
Gamberetta fa sua questa regola:
“Se scriviamo che un personaggio è triste, essendo la tristezza concetto astratto, la mente di chi legge comincerà a vagare, allontanandosi dalla storia. Se invece scriviamo che un personaggio piange, l’occhio dello spettatore rimarrà fisso sul suo viso.”

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Uno dei motori di Gamberi Fantasy è il saggio The Art of Fiction (1983), di John Gardner, nel quale l’atto della lettura viene definito come un sogno immaginativo vivido e continuo (“vivid and continuous fictional dream”). Gamberetta spiega perché è bene dichiarare guerra agli aggettivi inutili, ai cliché visivi e alle parole astratte; il compito dello scrittore non è fare mostra della propria bravura o filosofeggiare, ma proteggere la trance del lettore dall’inizio alla fine. Ogni volta che l’autore si intromette con un giudizio astratto (“il paesaggio era magnifico”) o una spiegazione posticcia, spezza l’incantesimo: il lettore si sveglia e la magia finisce.
Questo principio si traduce nella gestione rigorosa del punto di vista (POV). Il narratore onnisciente, caro alla letteratura italiana, viene rigettato come un ferrovecchio che distrugge l’immersione:
“Immaginate di essere al cinema. Scorre la pellicola, la scena vede Michele che si trascina per i vialetti del cimitero. Porta i fiori alla moglie morta. Spunta il regista con un cartello: ‘Michele è vecchio.’ Sarebbe ridicolo, rovinerebbe l’atmosfera.
Non rendetevi ridicoli. Non svegliate chi sogna.”
Altre fondamenta del blog sono le lezioni tecniche di James N. Frey (How to Write a Damn Good Novel, 1987) e Orson Scott Card (Characters and Viewpoint, 1999), i cui insegnamenti diventano norme d’acciaio per chiunque volesse cimentarsi con la tastiera. [Qui Gamberetta indica come 1999 la data della prima edizione di Characters and Viewpoint, ma si tratta in realtà dell’edizione economica: la prima pubblicazione risale al 1988 (Writer’s Digest Books).]
Frey, ad esmepio, insegna che una storia funziona solo se c’è un conflitto drammatico costante, e distrugge i personaggi piatti o assurdamente competenti (i cosiddetti Mary Sue e Marty Stu).
Nel manuale Dialoghi, Gamberetta demolisce l’illusione secondo cui un buon dialogo debba copiare la realtà, perché nella vita vera le persone si ripetono e sono spesso noiose; il dialogo letterario, invece, è una simulazione spietata che deve far avanzare la storia, rivelare il conflitto e caratterizzare chi parla, allo stesso tempo.
Soprattutto, va evitata la spiegazione mascherata da chiacchierata, il cosiddetto As you know, Bob (“Come sai bene, caro fratello, nostro padre è il re…”), un tipo di ciò che Gamberetta definisce inforigurgito, dall’inglese infodump. I personaggi non devono dire mai chiaramente ciò che pensano, ma devono combattere tra loro usando il sottotesto, l’allusione e l’omissione.
Gamberetta è inflessibile, in questo ragionamento: la precisione della tecnica non è negoziabile.

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Il blog non ha mai concesso sconti alla pigrizia intellettuale nella costruzione dei mondi fantastici. Ideare un’ambientazione non significa copiare una mappa e infilarci montagne, draghi e castelli presi da Dungeons & Dragons, perché si otterrebbe un fondale di cartapesta. Seguendo il saggio di Damon Knight In Search of Wonder (1956), Gamberetta stabilisce che la letteratura fantastica deve rispondere a criteri logici più severi di quella realistica.
La premessa di un romanzo fantasy è, per definizione, impossibile nella realtà: la magia esiste, i draghi esistono, le divinità esistono. Ma il metodo di Knight impone una regola ferrea: una volta stabilita la deroga iniziale alle leggi della fisica, tutto ciò che segue deve rispondere a una coerenza interna, una consequenzialità logica. Il mondo creato dall’autore non può essere identico al Medioevo europeo, se egli introduce elementi estranei.

– L’economia. Se un mago può creare il grano dal nulla o trasformare il piombo in oro, che fine fa il mercato agricolo? Come si calcola il valore della moneta, ammesso che ne abbia ancora?
– La geopolitica. Se esistono grosse bestie volanti in grado di radere al suolo una città, ha ancora senso costruire castelli con alte mura e fossati? Come cambiano le strategie di guerra?
– La vita quotidiana. Se la magia può curare qualsiasi malattia, come si evolvono la medicina, la demografia e l’aspettativa di vita della popolazione?

Se l’autore fallisce in questa estensione logica, l’opera collassa sotto il peso della sua stessa inverosimiglianza, la magia cessa di essere un elemento integrato nel mondo e diventa solo un comodo trucco della trama (deus ex machina) che l’autore usa quando non sa come cavare d’impaccio i suoi personaggi. Se egli dichiara che la magia ha un costo di sangue, e tre capitoli dopo il protagonista lancia incantesimi a ripetizione senza versare una goccia di sudore, non è una scelta stilistica: gli ingranaggi ballano perché quello è un errore di progettazione. Scelte, bisogni e conflitti devono nascere direttamente dalle regole di quel mondo specifico.
Quando questa estensione logica manca, la narrazione scade in quella che Gamberetta, riprendendo il celebre saggio On Bullshit di Harry Frankfurt, definisce ‘stronzata’ [Gamberetta indica il 2005 come data di pubblicazione, ma il saggio originale è del 1986]: un’indifferenza per la realtà che si scherma dietro la scusa del genere, una totale noncuranza della coerenza che porta a scrivere assurdità “perché tanto è fantasy”. Emblematico il suo attacco alla gestione militare nel Mondo Emerso di Licia Troisi:
“Il Tiranno dapprima viene aiutato e poi si rivolta contro i Re di quattro delle otto ‘Terre’ […]. In poco tempo è padrone di metà del Mondo, ma in quarant’anni di guerra non riesce a conquistare neanche una pagliuzza del resto. […] E se si cerca una ragione […] ne offro due: ragione numero uno, ‘è un fantasy!!!’; ragione numero due: ‘perché sì!!!’.”
Per il blog, il “perché sì” è il peccato originale dell’autore mediocre. La critica seria non deve muoversi sul terreno del gusto personale, ma su quello delle affermazioni falsificabili, nel senso di Karl Popper:
“Se io affermo: ‘Mangiare l’uranio fa male’, sto esponendo una teoria scientifica. Infatti se qualcuno è convinto del contrario non avrebbe alcun problema a dimostrarlo: basterebbe che lui o chi per lui ingerisse l’uranio rimanendo in salute.”

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Per decenni, la critica letteraria italiana e i programmi scolastici ministeriali hanno insegnato a leggere i grandi classici attraverso le allegorie. Se un autore descrive un paesaggio disastrato, un giardino incolto o una tempesta, l’accademia corre immediatamente a cercare il significato nascosto, il simbolo filosofico o la grande metafora morale.
L’operazione più divisiva e scandalosa del blog è stata l’applicazione dell’algoritmo a Manzoni. Vivisezionando la scena della ‘vigna di Renzo’ (I promessi sposi, capitolo 33), Gamberetta dimostra che quel passaggio è un insostenibile muro di parole botanico, un elenco che infrange il POV e distrugge il sogno immaginativo.
L’efficacia della storia non dipende dal prestigio dell’autore, dai suoi titoli accademici o dalle sue intenzioni filosofiche. L’attacco, in realtà, non era rivolto a Manzoni in sé, ma alla critica accademica (rappresentata da Giorgio Bàrberi Squarotti e Stefano Pavarini), colpevole di usare il simbolismo come foglia di fico per nascondere i difetti di struttura. E, soprattutto, era rivolto all’eccessiva importanza che la scuola italiana dà a Manzoni, un autore di diversa levatura rispetto a veri pesi massimi come Dante e Machiavelli. Se un critico dice che la “marmaglia di piante” simboleggia i disastri della guerra, per Gamberetta sta solo vendendo l’aria fritta di interpretazioni non falsificabili:
“[…] tipico atteggiamento di una larga fetta della critica letteraria di complicare le cose per il gusto di complicarle […] Passando per simbolismo e allegoria si può affermare tutto e il contrario di tutto senza tema di smentita […] se togliamo il simbolismo abbiamo solo una mediocre descrizione fine a sé stessa.”
Come viene ribadito nello stesso articolo, l’importanza che i testi scolastici danno a Manzoni potrebbe falsare la percezione degli errori oggettivi del testo e azzerare la facoltà critica dello studente. Più avanti, lo stesso testo prosegue:
“Non è molto più semplice, più pratico e più utile buttare a mare questa zavorra e adottare criteri che si basino esclusivamente sul testo? 1800 o 2000, ricco o povero, uomo o donna, nobile o bifolco, dotto o ignorante è solo contorno. La parte importante, quella sulla quale ci si dovrebbe concentrare sono le parole.
Le parole di un romanzo non cambiano con lo scorrere del tempo o al mutare delle condizioni sociali.”

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Il bisturi di Gamberi Fantasy non si è fermato al testo, ma ha squarciato il velo sulle piaghe della filiera editoriale italiana. Il blog ha denunciato senza mezzi termini il dramma della EAP (editoria a pagamento), realtà che spenna gli esordienti senza fare alcun editing. Da qui Gamberetta ha proseguito il ragionamento facendone una questione di pura logica distributiva, valida per qualunque editore. Lo spiega recensendo Bryan di Boscoquieto nella Terra dei Mezzidemoni di Federico Ghirardi, un romanzo che non nasce dall’EAP ma che, a suo giudizio, sottrae comunque spazio ad altri libri:
“Il problema è che i libri occupano spazio fisico, e lo spazio è poco. […] 10.000 copie di una schifezza sono una opportunità in meno per 10.000 altri titoli. Ognuno è libero di fregarsene di Boscoquieto, il danno c’è comunque.”
A questo danno economico Gamberetta ha affiancato il termine amykettismo per descrivere il sistema di favori incrociati tra grandi editor, critici e scrittori. Caso emblematico, tra il 2009 e il 2012, fu il legame tra Lara Manni (ossia Loredana Lipperini) e un’antologia scolastica di Giovanna Cosenza per Zanichelli. Un sistema autoreferenziale che, scrive Gamberetta, disprezza profondamente il lettore, abituandolo fin dalla scuola a subire passivamente il principio di autorità anziché sviluppare strumenti critici propri.

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L’uragano Gamberi Fantasy ha ridisegnato i connotati tecnici del fantastico nostrano. Quello che nel 2007 sembrava un manipolo di regole bizzarre per fissati della tecnica, oggi sta diventando lo standard industriale condiviso da scrittori, editor e nuovi editori indipendenti.
Si può aver odiato o amato il suo tono diretto e privo di diplomazia, o si può non condividere le sue posizioni, ma il suo impatto è innegabile: Gamberetta ha portato il dibattito sulla tecnica narrativa a un livello superiore. Elevando i manuali a standard indispensabili, Gamberetta ha imposto un’igiene testuale che ha strappato il genere al vicolo cieco del dilettantismo. La sua lezione finale è un enorme bagno di umiltà: smettere di considerarsi ispirati e iniziare a essere competenti. Perché, come insegna il rigore metodologico di autori come H.G. Wells e Mary Gentle, nella letteratura l’unica cosa che conta davvero, e che non mente mai, è la precisione delle parole scritte sulla pagina.

Crediti: I brani citati appartengono a Gamberetta e sono tratti dal blog Gamberi Fantasy. Il loro uso a scopo di critica e discussione avviene nel rispetto della licenza CC BY-NC-SA 2.5 IT originariamente applicata ai contenuti della fonte.

Dallo Scriptorium,
(Quanto non mi va di lavorare oggi…)

Brante
Novizio/schiavo/facchino della Biblioteca

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