Altieri ha definito il techno-thriller italiano con la sua saga Terminal, ma è con il passato che ha firmato il suo capolavoro, un affresco storico rimasto orfano di un tassello fondamentale.
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Magdeburg non è un fantasy storico, ma un horror storico nel quale l’unico elemento sovrannaturale è la ferocia umana. Qui la scrittura di Altieri tocca l’apice: una prosa rapida, spesso priva di verbi reggenti, ricca di battaglie e di un’accurata terminologia militare.
La narrazione della trilogia procede per lampi sincopati e frasi nominali per evocare un’atmosfera opprimente. Lo si nota fin dagli incipit dei romanzi, quasi identici.
Emerse dalle tenebre.
Memento e incubo.
Un uomo in un mantello colore delle ombre, su un cavallo da guerra colore dell’acciaio. Un viandante. Nient’altro che un viandante in nero.
Memento e incubo.
Un uomo in un mantello colore delle ombre, su un cavallo da guerra colore dell’acciaio. Un viandante. Nient’altro che un viandante in nero.
[L’eretico]
Emerse dal vento.
Enigma ed eresia.
Un uomo in un mantello colore della notte, su un cavallo da guerra colore del granito. Un viandante. Nient’altro che un viandante in nero.
Enigma ed eresia.
Un uomo in un mantello colore della notte, su un cavallo da guerra colore del granito. Un viandante. Nient’altro che un viandante in nero.
[La furia]
Emerse dalla polvere.
Profezia e sterminio.
Un uomo in una giubba colore della tenebra, su un cavallo da guerra colore del metallo. Un viandante. Nient’altro che un viandante in nero.
Profezia e sterminio.
Un uomo in una giubba colore della tenebra, su un cavallo da guerra colore del metallo. Un viandante. Nient’altro che un viandante in nero.
[Il demone]
Persino la gestione del tempo narrativo è scandita da formule lapidarie, come il ricorrente
Tempo: anni. Troppi anni.
Ma oltre ai romanzi principali c’è di più.
• Magdeburg. La fortezza.
Pubblicata nell’antologia corale Anno Domini (2014), per la collana Il Giallo Mondadori, questa novella-sequel è un ritorno in quel mondo. Altieri narra l’assassinio del generale Albrecht von Wallenstein, riportando i lettori alle sue atmosfere apocalittiche.
• Magdeburg. La Via della Spada, il prequel inedito.
La morte improvvisa di Altieri, nel 2017, ha lasciato un vuoto. L’autore aveva infatti annunciato di essere al lavoro su questo quarto volume, un prequel, nel quale avrebbe esplorato le origini di Wulfgar, mostrando ai lettori la giovinezza e l’addestramento che lo hanno trasformato nell’Eretico senza nome. La sua mancata pubblicazione priva i lettori di un retroscena molto atteso.
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Eppure, se il talento di Altieri era d’acciaio quando scriveva narrativa storica, la sua penna diventava stranamente goffa e barocca quando vestiva i panni del curatore/prefatore. Certe sue introduzioni sono indimenticabili — penso a quelle per l’antologia Sanctuary, in cui presentava i racconti lanciandosi in iperboli come “ibridizzazione dei parametri” e “scavalcamento ragionato dei confini dell’immaginario”: un gran chiasso fuori contesto nel tentativo di magnificare la letteratura coi decibel (come recensito a suo tempo dai Gamberi). Questa discutibile inclinazione alla ‘vendita aggressiva’ era il lato oscuro del suo talento, un modo di scrivere che cercava la vertigine finendo però per stordire il lettore anziché aiutarlo. Altieri sapeva essere un grande scrittore, ma come uomo-immagine dell’editoria abusava di una retorica vuota. Però la pietra resta pietra anche se il venditore la presenta come polvere di stelle. Una prefazione rumorosa non cambia la qualità di un libro.
Non si può fare un bilancio intellettuale di Altieri senza parlare della sua controversa traduzione de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco per Mondadori, una spina nel fianco della sua carriera.
Altieri [EdB: Be’, magari più chi lo assunse all’epoca] sdoganò Martin in Italia e portò il fantasy dalle nicchie al grande pubblico. Ma, dal punto di vista critico, la sua operazione fu un oggettivo paradosso stilistico. Il limite non fu la competenza, ma l’iper-presenza della prosa personale di Altieri, che ha sovrascritto Westeros a discapito di Martin, trattando Westeros come un vicolo di periferia.
Nei romanzi di Magdeburg c’è un personaggio che ha un incubo ricorrente denominato “il sogno del metallo”, una febbrile evocazione della distruzione bellica, così descritto:
Ritroviamo questa fascinazione nei dettagli decorativi delle armi, come la spada di Deveraux, dotata di un’elsa in avorio e fornimento d’argento istoriato con un groviglio di spine, o nello stelo della rosa dei Sonderheim. Quando Altieri ha proiettato questa ossessione per l’acciaio su Westeros, ha finito per sovraccaricare visivamente le descrizioni di Martin.
Alcuni errori di adattamento divennero molto noti ai lettori, perché alteravano dettagli anatomici, naturalistici o araldici dell’opera originale. Dove Martin usava una sintassi piana, con descrizioni culinarie o araldiche, Altieri tagliava, asciugava o inseriva termini marziali o dal tono troppo noir (come aveva fatto nella sua trilogia). Nelle sue mani, il linguaggio di un Lord e quello di un contrabbandiere dei bassifondi si assomigliavano.
Qualche famigerato esempio dalle edizioni spezzate dell’epoca (oggi corretti):
– nel volume Il Trono di Spade, “shattered antler” venne tradotto come “corno di unicorno spezzato”, quando invece si tratta di un palco di cervo (un errore grave, perché viene eliminato il simbolismo araldico della morte del cervo, ovvero la casa Baratheon);
– ne La regina dei draghi, “the spitfires” venne tradotto con “balestre sputa-aria” quando invece si tratta di macchine belliche sputa-fuoco (un effetto involontariamente comico che trasforma armi d’assedio incendiarie in… ventilatori da guerra?);
– nel volume Il dominio della regina, “keepers of the keys” venne tradotto come “i bachi da seta”, quando si tratta di custodi delle chiavi e tesorieri (deviazione dal materiale originale, un abbaglio incomprensibile che trasforma dei burocrati finanziari in insetti).
In altri casi, Altieri sostituisce verbi e sostantivi con sinonimi più ricercati o desueti, che Martin non aveva usato:
– to show/to appear diventava sistematicamente palesare o palesarsi;
– ancient/old diventava quasi sempre ancestrale;
– le spade non erano solo affilate, avevano lame adamantine;
– ferite o cadaveri non erano solo in decomposizione, ma immarcescibili (termine erroneo usato da Altieri per descrivere ciò che è in realtà putrescente, forse confondendone il suono con termini legati alla marcescenza);
– statue, ombre o figure umane diventavano spesso simulacri (parola abusata in Magdeburg).
Altre volte ancora, termini specifici in uso a Westeros vengono normalizzati in un italiano standard (e qui il worldbuilding linguistico va perso):
– “Maester” tradotto come Maestro (la parola originale indica l’ordine scientifico-monastico della Cittadella, ma in italiano si confonde con un insegnante o un artigiano);
– “Warg”/“Skinchanger” sono stati spesso accorpati sotto il termine generico Metamorfo, perdendo la distinzione culturale che Martin fa tra chi ‘entra’ specificamente nei lupi (warg) e chi controlla altri animali [EdB: E non l’hanno licenziato in tronco?].
Questo modo di tradurre è la trasposizione speculare del cinismo che muove l’universo di Magdeburg, dominato da dogmi.
Quindi fu una traduzione d’autore? Mi rifiuto di pensarlo, il concetto è traballante su più lati. Forse Pavese e Montale erano giustificati nel farlo (ci sono ancora accademici che ne discutono brutalmente), ma sarebbe stato strano commissionare una traduzione di questo tipo ad Altieri, che non è mai stato un autore universalmente acclamato o studiato nelle università come i sopracitati. Chi avrebbe dato credito a quel lavoro? Sarà forse stato un esperimento affascinante per i fan di Altieri, ma un ostacolo per chi cercava, giustamente, la voce di Martin.
Allora fu una sequela di soverchierie professionali? Davvero Mondadori non se n’era accorta? Voleva rendere il linguaggio più cinematografico per la torma di adolescenti che immaginavano leggesse fantasy? Non lo sapremo mai. Fate le vostre ipotesi [EdB: Pessimo lavoro?].
Sta di fatto che si è trattato di un’eredità così pesante da spingere Mondadori, nel 2019, ad avviare una revisione dei testi, pur mantenendo l’ossatura della traduzione di Altieri, che risulta come unico traduttore.
Traduzioni a parte, Magdeburg resta un mostro di ferocia e orrore, e, anche se non leggeremo mai La Via della Spada, il silenzio che circonda le origini di Wulfgar si sposa perfettamente con il destino dei suoi personaggi: una fine netta, brusca, nell’oscurità della Storia.
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Altieri [EdB: Be’, magari più chi lo assunse all’epoca] sdoganò Martin in Italia e portò il fantasy dalle nicchie al grande pubblico. Ma, dal punto di vista critico, la sua operazione fu un oggettivo paradosso stilistico. Il limite non fu la competenza, ma l’iper-presenza della prosa personale di Altieri, che ha sovrascritto Westeros a discapito di Martin, trattando Westeros come un vicolo di periferia.
Nei romanzi di Magdeburg c’è un personaggio che ha un incubo ricorrente denominato “il sogno del metallo”, una febbrile evocazione della distruzione bellica, così descritto:
Lame di spade, punte di picche, canne di armi da fuoco… E poi sangue, sangue, sangue…
[L’eretico]
Ritroviamo questa fascinazione nei dettagli decorativi delle armi, come la spada di Deveraux, dotata di un’elsa in avorio e fornimento d’argento istoriato con un groviglio di spine, o nello stelo della rosa dei Sonderheim. Quando Altieri ha proiettato questa ossessione per l’acciaio su Westeros, ha finito per sovraccaricare visivamente le descrizioni di Martin.
Alcuni errori di adattamento divennero molto noti ai lettori, perché alteravano dettagli anatomici, naturalistici o araldici dell’opera originale. Dove Martin usava una sintassi piana, con descrizioni culinarie o araldiche, Altieri tagliava, asciugava o inseriva termini marziali o dal tono troppo noir (come aveva fatto nella sua trilogia). Nelle sue mani, il linguaggio di un Lord e quello di un contrabbandiere dei bassifondi si assomigliavano.
Qualche famigerato esempio dalle edizioni spezzate dell’epoca (oggi corretti):
– nel volume Il Trono di Spade, “shattered antler” venne tradotto come “corno di unicorno spezzato”, quando invece si tratta di un palco di cervo (un errore grave, perché viene eliminato il simbolismo araldico della morte del cervo, ovvero la casa Baratheon);
– ne La regina dei draghi, “the spitfires” venne tradotto con “balestre sputa-aria” quando invece si tratta di macchine belliche sputa-fuoco (un effetto involontariamente comico che trasforma armi d’assedio incendiarie in… ventilatori da guerra?);
– nel volume Il dominio della regina, “keepers of the keys” venne tradotto come “i bachi da seta”, quando si tratta di custodi delle chiavi e tesorieri (deviazione dal materiale originale, un abbaglio incomprensibile che trasforma dei burocrati finanziari in insetti).
In altri casi, Altieri sostituisce verbi e sostantivi con sinonimi più ricercati o desueti, che Martin non aveva usato:
– to show/to appear diventava sistematicamente palesare o palesarsi;
– ancient/old diventava quasi sempre ancestrale;
– le spade non erano solo affilate, avevano lame adamantine;
– ferite o cadaveri non erano solo in decomposizione, ma immarcescibili (termine erroneo usato da Altieri per descrivere ciò che è in realtà putrescente, forse confondendone il suono con termini legati alla marcescenza);
– statue, ombre o figure umane diventavano spesso simulacri (parola abusata in Magdeburg).
Altre volte ancora, termini specifici in uso a Westeros vengono normalizzati in un italiano standard (e qui il worldbuilding linguistico va perso):
– “Maester” tradotto come Maestro (la parola originale indica l’ordine scientifico-monastico della Cittadella, ma in italiano si confonde con un insegnante o un artigiano);
– “Warg”/“Skinchanger” sono stati spesso accorpati sotto il termine generico Metamorfo, perdendo la distinzione culturale che Martin fa tra chi ‘entra’ specificamente nei lupi (warg) e chi controlla altri animali [EdB: E non l’hanno licenziato in tronco?].
Questo modo di tradurre è la trasposizione speculare del cinismo che muove l’universo di Magdeburg, dominato da dogmi.
Quindi fu una traduzione d’autore? Mi rifiuto di pensarlo, il concetto è traballante su più lati. Forse Pavese e Montale erano giustificati nel farlo (ci sono ancora accademici che ne discutono brutalmente), ma sarebbe stato strano commissionare una traduzione di questo tipo ad Altieri, che non è mai stato un autore universalmente acclamato o studiato nelle università come i sopracitati. Chi avrebbe dato credito a quel lavoro? Sarà forse stato un esperimento affascinante per i fan di Altieri, ma un ostacolo per chi cercava, giustamente, la voce di Martin.
Allora fu una sequela di soverchierie professionali? Davvero Mondadori non se n’era accorta? Voleva rendere il linguaggio più cinematografico per la torma di adolescenti che immaginavano leggesse fantasy? Non lo sapremo mai. Fate le vostre ipotesi [EdB: Pessimo lavoro?].
Sta di fatto che si è trattato di un’eredità così pesante da spingere Mondadori, nel 2019, ad avviare una revisione dei testi, pur mantenendo l’ossatura della traduzione di Altieri, che risulta come unico traduttore.
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Dallo Scriptorium, nell’ora di sesta,
a beneficio dei miei successori.
A conferma, mi segno in verità
Veliante da Alsfeld
Primo Archivista di Roccafosca
a beneficio dei miei successori.
A conferma, mi segno in verità
Veliante da Alsfeld
Primo Archivista di Roccafosca
Da lettrice ho sempre pensato che un buon traduttore sia quasi invisibile: il suo talento emerge proprio quando riesce a farmi dimenticare che sto leggendo un testo tradotto. Capisco il desiderio di adattare un'opera alla lingua di arrivo e so che una traduzione non potrà mai essere una semplice trasposizione parola per parola. Ma credo che esista un confine molto importante: la voce dell'autore. Se quella voce viene sostituita da quella del traduttore, allora, per quanto il risultato possa essere stilisticamente valido, non sto più leggendo davvero l'autore che avevo scelto di leggere. Una traduzione dovrebbe essere un ponte tra due lingue, non una riscrittura. L'arte del tradurre, almeno per come la vedo io, consiste proprio nel riuscire a trasportare il lettore nell'opera originale senza che il traduttore diventi il protagonista del viaggio.
RispondiEliminaBubu, l’immagine del “ponte invisibile” è impeccabile. Effettivamente il traduttore dovrebbe essere un vetro limpido, e non una vetrata colorata, perché finirebbe per distorcere l’opera originale. Sostituire la propria voce a quella dell’autore tradisce il patto fondamentale con il lettore.
RispondiEliminaSperiamo vorrai concederti una visita presso la nostra abbazia.