«Buongiorno, fra Veliante» mormorò Aliseo con voce untuosa.
Il bibliotecario si voltò appena. «Salute, fratello. Cosa porta la cancelleria a privarsi del suo superbo segretario?» Sperava che una rapida lusinga avrebbe abbreviato la durata di quell’intrusione.
Aliseo produsse un sorriso compiaciuto. «Sua eccellenza l’Abate desidera conferire con te nella sua residenza. Immediatamente.»
Veliante avrebbe negato qualunque altra richiesta, ma una convocazione di Roldano non era differibile, dunque ripose la lente d’ingrandimento, fissando per un istante l’ultima parola del codice: patientia. In quel momento, suonava beffarda. Lui non amava lasciare il suo regno nel mezzo delle proprie incombenze. Conosceva ogni crepa di quelle mura, ogni scaffale; erano la sua corazza, un mondo immutabile in cui il tempo si misurava in secoli, ma si risolse ad alzarsi, scuotendo le ampie maniche della tonaca scura nelle quali infilò le mani, e fece cenno ad Aliseo di precederlo.
I passi dei due monaci risuonavano nelle antiche arterie di pietra di Roccafosca. I corridoi del complesso erano alte gallerie di echi e correnti d’aria percorse dalle luci delle lampade a muro. Veliante incedeva osservando le ombre proiettate dalle bifore, traendo un piacere quasi fisico ogni volta che i suoi piedi entravano grati in una pozza di luce solare. Manteneva lo sguardo fisso innanzi; solo i novizi mostravano deferenza guardando a terra. Oltrepassato il portone della biblioteca, l’aria primaverile lo colpì improvvisamente, e socchiuse gli occhi, infastidito. I due uomini attraversarono il cortile e giunsero così alla residenza dell’Abate.
Aliseo bussò, una voce cupa li invitò a entrare, quindi il segretario si fece da parte, lasciando che Veliante varcasse la soglia da solo.
L’atmosfera all’interno era radicalmente diversa da quella dello scriptorium. I visitatori erano accolti in un trionfo di opulenza: l’aria sapeva di legno di cedro e incenso, tappeti pesanti attutivano il passo e le pareti rivestite in noce scuro erano ingombre di scaffalature e oggetti pregiati. L’Abate sedeva a una scrivania monumentale, su cui troneggiava un vecchio telefono di bachelite, unico ponte con l’esterno, eccettuato il computer della biblioteca.
«Signore magnificentissimo» salutò Veliante.
«Siedi» esordì brusco l’Abate, senza sollevare lo sguardo. La sua voce era profonda, carica di un peso assoluto. Roldano era un uomo imponente; la sua barba aveva un taglio severo, i suoi occhi un colore gelido. La sua autorità, nell’abbazia, era indiscussa.
Veliante prese posto su una poltrona vellutata che sentì come un insulto ai duri scanni dello scriptorium.
Seguirono minuti di silenzio, rotti solo dal cigolio della penna dell’Abate, finché questi non la posò e incrociò le mani fissando il suo interlocutore negli occhi: «Noi due abbiamo spesso parlato del futuro di Roccafosca.»
Veliante fece una smorfia impercettibile: la conversazione poteva andare in una sola direzione.
«Ho assecondato la tua ritrosia a lungo» proseguì l’uomo «ma la carta muore, la pergamena si sgretola. Il tuo ultimo rapporto in merito è stato desolatamente illuminante. Ora le altre abbazie del nostro ordine reclamano la conoscenza che noi custodiamo, la quale non è un segreto da celare con vergogna o segreta cupidigia. Lo scopo della conoscenza è essere tramandata, non celata. E sappiamo bene che una singola scintilla potrebbe cancellare secoli di conoscenza. I nostri distanti confratelli chiedono che i testi più antichi vengano trasposti in digitale, affinché siano consultabili a distanza dalla nostra comunità e da chiunque lo desideri, come si confà al mondo moderno.»
Veliante fece per obiettare, ma l’Abate lo zittì con un gesto. «No, lasciami finire. Nessuno di noi possiede le competenze richieste, e per questo ho riesaminato le candidature al noviziato.»
«Signore, io non credo che i tempi siano maturi per…» intervenne Veliante.
«Vi è un giovane uomo» lo interruppe l’Abate «che vive ai piedi della nostra rocca. Un lettore vorace, a quanto pare, che ha conseguito titoli accademici con prodigiosa rapidità. Ha già collaborato con accademie, biblioteche e musei. I suoi lavori di conservazione sono impressionanti, il nome è già molto noto nel settore. I genitori hanno inoltrato richiesta per lui.»
L’Abate sembrava aver già deciso, circostanza che Veliante trovò irritante. «Mi è concesso conoscere l’ambito esatto dei suoi studi?»
«Conservazione e restauro, Informatica umanistica, Archivistica.»
L’immediata elencazione confermò l’idea che l’Abate era preparato in modo esteso su quanto esigeva. Veliante si sforzò di restare serio. Informatica umanistica. «Giovane uomo, avete detto. Qual è l’età di questo prodigio?»
«Ha alle spalle venticinque primavere.»
Un infante. Pur tuttavia, un infante con tre lauree. Veliante avrebbe voluto urlare; senza nemmeno conoscerlo, il ragazzo era già una spina nel fianco. Però… «Venticinque anni?» chiese, perplesso.
«Corretto.»
«E ha un lavoro.»
«Sì.»
«E i genitori hanno inviato la candidatura.»
«Esatto.»
«Al suo posto.»
«È una situazione particolare.»
«Si direbbe, sì.»
«Mi viene riferito, fratello bibliotecario,» soggiunse l’Abate, picchiettando le dita sulla scrivania «che egli ha più volte richiesto l’accesso alla biblioteca, e sempre i tuoi collaboratori glielo hanno negato.»
Quel ragazzo, dunque. Veliante ricordava le lettere di rifiuto che aveva firmato personalmente. Come se per accedere a una delle più vaste biblioteche del mondo bastasse domandare. Si limitò ad annuire.
«Scenderai in paese domattina» sentenziò Roldano, chiudendo la questione. «Voglio che lo incontri e convinci. Rammenta: non ricerco un consulente temporaneo. È tempo che la biblioteca di Roccafosca, vale a dire tu, abbia un proprio novizio, un giovane che vesta l’abito e dedichi la sua tecnica ai nostri codici.»
Veliante rilassò leggermente le spalle. La richiesta veniva dai genitori, non dal ragazzo. Le probabilità che un venticinquenne volesse seppellirsi di propria sponte in un’abbazia erano remote. Sicuramente si sarebbe opposto. Eppure un brivido freddo gli percorse la schiena. L’idea di scendere dalla rocca per irretire un giovane accademico gli pareva un’impresa assurda.
«Fratello Veliante? Hai udito?»
Il bibliotecario si schiarì la voce. «Naturalmente, magnificentissimo. Se è vostro desiderio, io andrò.»
«È una precisa richiesta» concluse quegli con un cenno soddisfatto. «Persuadilo del fatto che la sua scienza non troverà mai laboratorio più nobile del nostro scriptorium. E, se in questi anni ti ho conosciuto più di un poco, amato fratello, ti consiglio di prepararti: il futuro non avrà l’odore della pergamena che tanto amiamo, ma non per questo sarà meno sacro. Ora va’, sei congedato. Ti farò pervenire i dettagli per mano di frate Aliseo.»
Veliante annuì di nuovo, reprimendo un moto di ribellione. Si alzò, chinò il capo e lasciò gli appartamenti dell’Abate, stringendo i pugni.
Mentre ripercorreva il cortile, il pensiero del giovane che desiderava accedere alla biblioteca gli apparve come un assedio: il mondo, che non era affatto immutabile come aveva pensato, stava per salire lassù, e a lui era appena stato comandato di spalancare le porte.
Curiosissima di scoprire qualcosa di più su questo novizio! Fra Veliante non mi sembra molto aperto alla tecnologia... Sarà dura!
RispondiEliminaFratello Aliseo con la voce untuosa è già nella mia lista dei personaggi da tenere d'occhio (e da cui diffidare!). Scherzi a parte, questo capitolo cattura fin dalle prime righe. Il dilemma di Fra Veliante è descritto benissimo: l'idea che il mondo esterno stia "assediando" la sua fortezza di pergamena è quasi tangibile. Però ammetto che la storia dei genitori che mandano la candidatura per il figlio di 25 anni mi ha incuriosito un sacco... che mistero c'è sotto? Scrittura fluida ed evocativa, iscritto ai feed per i prossimi capitoli!
RispondiEliminaVeliante sembra vivere la biblioteca come qualcosa di immutabile e quasi sacro. Mi piace molto il contrasto tra questo monaco e l’idea del futuro che gli viene quasi imposto addosso. E il finale rende benissimo quell’idea del cambiamento che, prima o poi, riesce sempre a varcare le mura.
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