Stando a quanto era stato loro riferito, in quel momento il giovane si trovava in visita dalla sua famiglia e non sapeva dell’arrivo dei monaci. Veliante prevedeva un colloquio difficile.
La loro destinazione era una casa di pietra squadrata, di una solidità greve e punitiva. Le finestre strette, profonde come feritoie in quelle mura massicce, sembravano progettate per negare l’orizzonte più che per illuminare le stanze. Intorno, l’aria ristagnava dell’odore di fumo di focolare, perché anche in primavera la valle manteneva una bassa temperatura. I due monaci si diressero all’ingresso e bussarono.
La porta fu aperta da una donna gracile. I due monaci furono subito investiti da un’ondata di incenso da quattro soldi.
«Fra Veliante e frate Anselmo,» si presentarono chinando il capo «dall’abbazia di Roccafosca. Siamo qui su mandato del nostro Abate.»
«Oh, ma certo, certo» rispose la donna. «Io sono Gloria, tanto piacere. Ma prego, entrate. Chiamo subito a mio marito.»
I monaci entrarono in casa e si fermarono nell’ingresso. Decine di simboli religiosi opprimevano il piccolo ambiente: icone, statuette, rosari, rami d’ulivo. I due si scambiarono un’occhiata eloquente.
La donna fu di ritorno in pochi istanti, accompagnata da un uomo pingue e sgraziato che si fece avanti asciugandosi i palmi sulle brache di tela grezza e presentandosi come Samuel. Chinò goffamente la testa dicendo: «Accomodatevi, accomodatevi! Casa nostra non è degna, ma ringrazziamo l’abbazia che l’ha onorata del suo sguardo.»
L’espressione dell’uomo, tutta sorrisi e compiacenza, pareva contraddirne le parole sgrammaticate. Sembrava, coi suoi salamelecchi, voler ottenere qualcosa. Veliante lo ebbe immediatamente in massima antipatia.
I padroni di casa si profusero in offerte di cibo e invitarono i monaci a sedere attorno al tavolo che ingombrava la stanza principale, mentre un piccolo televisore mostrava le immagini di un programma sportivo.
«Brante!» tuonò Samuel all’improvviso, facendo sobbalzare frate Anselmo. «Vieni subbito a salutare ai signori!»
Il ragazzo, che evidentemente si trovava in un’altra stanza, non rispose. L’uomo rivolse allora un brusco cenno alla moglie, che, docile, raggiunse una stanza attigua. La udirono mormorare: «Brante, forza, hai sentito a tuo padre, no? Non essere sempre scostante, vieni a sentire che vogliono dirti. Queste persone stanno qua per te».
«Chi sarebbe qui per me? Che state macchinando?»
«Vieni, vieni. Sempre a lamentarti.» Poi la donna tornò sorridendo ai monaci, che ricambiarono imbarazzati. Il televisore venne spento.
Infine il giovane si unì agli altri, muovendosi di malavoglia. Veliante lo studiò: occhi e capelli scuri, magro, slanciato. Annoiato.
Quegli guardò — no, fronteggiò — i visitatori con intento quasi aggressivo, in aperto astio. Chiaramente, per lui non erano i benvenuti. «Preti» constatò. «Due. Sul serio questa cosa non vi è passata?»
«Monaci» corresse frate Anselmo.
«Monaci, preti, stregoni, septon. È uguale, stesso settore.»
«Brante, avanti, non…»
«Ramante, madre. Brante è un vezzeggiativo puerile» disse il ragazzo con un sospiro rassegnato, mentre spostava una sedia e si univa alla tavolata con gli altri. «Non so dire il piacere di ricevere questa visita casuale.»
La donna fece per ribattere a quel tono, ma Veliante, che non desiderava assistere a un alterco domestico, la anticipò: «Siamo qui perché abbiamo saputo della tua grande sete di libri, Ramante. È corretto?».
Quegli fissò immediatamente i suoi occhi in quelli del bibliotecario, che si sentì come la vittima individuata da un serpente. «Accento affascinante, monaco. Non ho afferrato il tuo nome.»
«E tu non hai risposto. Ad ogni modo, puoi chiamarmi fra Veliante.»
«L’armarius in persona, sono impressionato.»
Il monaco inarcò un sopracciglio. «Davvero?»
«Per ora» rispose, afferrando distrattamente un biscotto dal vassoio sul tavolo. «Comunque non mi rivolgerò a te in quel modo.»
I due padroni di casa si mossero a disagio sulle loro sedie. Frate Anselmo emise uno schiocco impaziente con la lingua.
«Brante, che cosa…» iniziò a dire Gloria con un sorriso tirato.
Il ragazzo mandò giù il biscotto e chiese con candore: «Che c’è? Il monaco mente».
Il padre si alzò in piedi. «Come ti permetti di…»
Veliante posò una mano sul braccio dell’uomo, che smise di parlare e tornò seduto. «In un certo senso suo figlio ha ragione. Spiegati, ragazzo. Perché dici questo?»
L’altro gli sorrise. «Non ti chiami Veliante. Tenti di nasconderlo dietro un buon italiano, ma hai il chiaro accento di un germanofono di nascita.»
Veliante ricambiò il sorriso. «Cos’altro puoi dire?»
Il sorriso del giovane si allargò ulteriormente. Prese un altro biscotto mentre studiava Veliante, che sentì sotto esame ogni dettaglio del proprio aspetto: le rughe intorno agli occhi, i lineamenti, il callo dello scrivano sul dito medio, la postura. «Non sei austriaco né svizzero. Arrotondi le o e irrigidisci le consonanti finali come succede nel tedesco centrale, ma non sei né berlinese né bavarese. Vieni da una qualche zona rurale dell’Assia, lontano dalle cadenze di Francoforte o altri grandi centri del genere.»
Gloria diede un imbarazzato colpo di tosse e prese a lisciarsi le pieghe della gonna.
«Quanto a ‘Veliante’, è solo una storpiatura locale, a parte l’ovvia considerazione che nella nostra lingua non esiste. Sicuramente l’adattamento di Wieland, o di un prenome simile.»
Veliante cercò di non mostrarsi impressionato. «Abbastanza corretto. Wiliand è il nome che mi è stato dato, e come dici, vengo dalle campagne del Vogelsberg, non dalla città.» Poi aggiunse, rivolto a frate Anselmo: «Der Junge ist Aufgeweckt». Il ragazzino è sveglio.
«Ich weiß» ribatté rapido l’interessato, prendendo tutti alla sprovvista. «Wenn du willst, sprechen wir deine Sprache, aber dann verstehen diese Affen gar nichts.»
Veliante si sentì impallidire.
Anselmo ridacchiò. «Caro fratello, non siamo più gli unici linguisti in zona.»
«E questo che vuol dire?» fece Samuel, che iniziava a non seguire più.
«Oh, è tutto a posto. Suo figlio si è offerto di parlarmi nella mia lingua madre, ma poi ha mostrato, ah, apprensione all’idea che voi non ci avreste compreso. Piuttosto, mi domando se…» Veliante non terminò la frase e tornò a rivolgersi a Ramante: «Eres muy duro con tus padres.» Sei molto duro coi tuoi genitori.
«Oui, bon, ce sont de petits animaux qui ont du mal à comprendre leur propre langue.» Sì, be’, sono animaletti che faticano a capire la propria lingua.
Veliante non si era aspettato il passaggio al francese. «Latine loqui potes?» Parli latino?
«Neanche per idea. Eum tantum intellego, ma non perdo tempo a imparare una lingua che non potrei parlare con nessuno.»
«O latim pode surpreender-te.» Il latino potrebbe sorprenderti.
«Acho che não. La vogliamo smettere con le lingue romanze? Sono banali. Pashtu, marathi, nokhchiin?»
Frate Anselmo non resistette: «Huna boqqalla a nokhchiin mott ha’ii?» Davvero conosci il ceceno?
«Dera ha’a.» Naturalmente.
Per qualche secondo nessuno parlò. Il vento all’esterno fece vibrare il vetro di una finestra.
Il sorriso di Veliante si fece rapace quanto quello del giovane. Lo guardò con interesse nuovo. Doveva averlo.
Ramante, invece, inclinò appena la testa: di certo si sarebbe aspettato una reazione diversa dal desiderio quasi predatorio che ora vedeva sul viso del monaco.
Il padre di Ramante non sapeva come reagire. «Ma che hai… Che hai detto a fra Veliano?»
«Veliante» precisò il bibliotecario, mentre si sporgeva verso il confratello per mormorare: «Il dono delle lingue. Sei, sicuramente di più. E, hai udito, risponde in modo coerente, non ripete a memoria. Via, via,» aggiunse poi ad alta voce vedendo che i genitori di Ramante lo guardavano preoccupati «non è il caso di adombrarsi. Vostro figlio mi ha fatto ricordare con piacere la lingua dei miei parenti teutonici, e alcune altre. Spagnolo, francese, un po’ di ceceno su cui si può lavorare.»
«Ceceno?» chiese Samuel, lanciando uno sguardo a sua moglie.
«Non c’è affatto da lavorarci» fece il ragazzo, seccato.
Gloria era disorientata: «Ma… ma no, non può essere. Samuel, diglielo anche tu, come può… No, lui non parla altre lingue. È andato a scuola, sì, ma quella è roba che si dimentica, non serve».
Ramante poggiò il viso contro il palmo di una mano, risentito dall’appunto di Veliante. «Madre, non essere imbarazzante. They’re simple creatures: break a bone, call a doctor, and that’s all.» Sono creature semplici: ti rompi un osso, chiami un medico, e questo è quanto.
«Possa tu trovare una via d’uscita da tutta questa tracotanza» disse frate Anselmo, la cui pazienza iniziava a incrinarsi.
«Possa tu trovare un lavoro vero» rispose pronto il ragazzo, un attimo prima di ricevere uno scappellotto da sua madre.
Il bibliotecario finse di non averli uditi, e disse alla donna: «Sbagliate. Molto, e riguardo a più di una cosa. Ma devo chiederti, ragazzo, di rivolgerti a me usando la forma di cortesia, non siamo vecchi amici.»
«Vuol dire che farai lo stesso e la pianterai di chiamarmi ragazzo?»
«Basta, Brante!» sbraitò suo padre.
«Ma sì, hai ragione,» concesse lui poggiandosi allo schienale della sedia e stiracchiandosi «basta con questa noia. I miei genitori chiedono un miracolo, Wiliand. Non sopportano che io cerchi risposte a domande che loro non sanno formulare senza inciampare in qualche oscura coniugazione, e sembrano avere particolari difficoltà a capire che ormai ho una mia professione, o che non vivo più qui con loro. Sono davvero… protettivi? Credono che la tonaca possa sistemare la mia superbia e insegnarmi l’umiltà.»
Samuel e Gloria divennero scarlatti. Veliante fece loro cenno di non preoccuparsi.
«Grazie dell’interessamento,» proseguì il ragazzo «ma ho già un lavoro, non prenderò certo i voti. Non succederà. Lascerò che siate voi a sgranare rosari mentre il mondo secolare corre verso il futuro. Avete sprecato tempo, il vostro e soprattutto il mio. Felice giornata.»
Veliante osservò il ragazzo con interesse nuovo. La sua arroganza era abbagliante. Ed era bellissima. «Roccafosca non è come la immagini» ribatté mentre l’altro si alzava. «Signori, permettete che parli a vostro figlio in privato? Certo vorrai mostrarmi quelle che erano le tue stanze, giovanotto.» Lasciò che Anselmo se la sbrigasse da solo con i padroni di casa, mentre anche lui si alzava per afferrare una manica di Ramante, sorpreso ma ghignante, e trascinarlo nella stanza accanto.
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Veliante lo spinse bruscamente contro una parete e gli mise l’avambraccio contro il collo per bloccarlo. «Non saprei che farmene della tua confessione, ragazzino spocchioso, non sono un prete. Basta giochetti, e basta saltellare da una lingua all’altra, per quanto la cosa ci diverta entrambi. Ora io…»
«Sì, Willy,» Ramante si passò la lingua sul labbro «è il momento delle spiegazioni. Niente preghiera al tavolo, mani giunte o benedizioni della dimora, non portate croci al collo né altri simboli, colletti, toppe, corde, ampolle. A quale comunità avete detto di appartenere?»
Veliante allentò la presa e lo lasciò andare. «Come ho già detto, Roccafosca non è come tu la figuri.»
«Nel senso che è la copertura di una setta?»
«Non è una qualunque abbazia, bambino. Non tutti i monaci del mondo sono teisti o vincolati a culti organizzati.»
Veliante vide che ora il giovane ascoltava con attenzione. Per la prima volta da quando erano arrivati, la sua espressione oscillava tra scetticismo e curiosità, e non poteva guidare la conversazione. «Allora che cosa volete da me? Quei due sprovveduti hanno inoltrato una richiesta per un periodo in un’abbazia, no?»
«Non è il tipo di noviziato a cui pensi. Dannazione, sembravi sveglio. Quanto tempo ti serve ancora per capire quello che ho detto? Ti ho sopravvalutato?»
Il sorrisetto sparì. «Be’, allora illuminami.»
«Noi stringiamo un patto di rispetto etico, rescindibile in ogni momento. Condividiamo regole, spazi, silenzi. E libri. Soprattutto libri. Roccafosca accoglie persone dedite alla conoscenza che non hanno posto altrove. Se un uomo volesse dedicare la propria vita interamente alla lettura e allo studio, a Roccafosca potrebbe farlo.»
«Monaci della cultura, quindi» riassunse Ramante inclinando la testa.
«È così. Le nostre giornate seguono una scansione precisa, non religiosa ma funzionale all’ordine. Lavoro comunitario non competitivo. Le regole sono elementari: rispetto, sincerità, non violenza.» Veliante lo fissò. «Io sarei il tuo maestro. Gli altri, tuoi fratelli. La tua permanenza sarebbe flessibile, ma le regole valgono dall’ingresso. Ti è chiaro? Se volessi tirarti indietro, dovresti lasciare la rocca.»
«Tanti amici tutti insieme, che bello. E quanto vi fate pagare per questa piccola utopia?»
«Non insultarci. Non sai niente di noi.»
«So che mi chiedo questo: perché dovrei scegliere di venire a rinchiudermi in quella tomba, come se non avessi altro da fare?»
«Perché vuoi i nostri libri.»
Per qualche secondo i due si fronteggiarono in silenzio.
«Certo, i libri. Ma la mia biblioteca è qui,» disse il ragazzo, sfiorando il proprio smartphone «raggiungibile in qualunque posto io mi trovi. È eterna, e si trova in molti luoghi, protetta. Non ho bisogno di pergamene rinsecchite e papiri che si sgretolano. Li perderete tutti. Sai che è così. Non potete conservare tutti i codici del mondo antico con la giustificazione dell’arte, siete degli illusi. Sono materiali medievali. Letteralmente.»
«Sei stato tu a presentare richiesta. Più volte.»
«Come visitatore occasionale, richiesta che peraltro mi hai sempre negato. Non è un motivo valido per venire a…» Ramante strinse gli occhi mentre realizzava. «Vi servo, non è vero? Avete sentito parlare del mio lavoro e volete che salvi la vostra biblioteca. Sono preparato, giovane, a portata di mano. Non vi serve un novizio. Voi siete disperati.»
Tanto meglio, giù la maschera. «Non siamo affatto disperati!»
«Sì che lo siete, o non sareste qui. Singolare modo di agire. A che scopo? La salvaguardia dei manoscritti antichi, per quanto non ammiri quel tipo di supporto scrittorio, è il mio campo lavorativo. Pagatemi.»
Veliante si abbandonò su una sedia lì accanto. «Pagarti?»
«Ovviamente. Volete il mio lavoro, i miei servizi di conservatore: pagatemi, io e la mia squadra ve li forniremo.»
«Troppi visitatori altererebbero temperatura e umidità della biblioteca. Porterebbero polvere, spore, pollini. Nessuno può restarvi a lungo, se non risiede nell’abbazia.»
«Quand’è così, grazie di essere passati, Gloria vi accompagnerà alla…»
«In questo modo non vedrai mai la biblioteca. Niente noviziato, niente accesso come visitatore.»
Ramante guardò il bibliotecario con odio.
«Ma tu vuoi davvero i nostri libri» concluse Veliante. «Io lo so. Questo non riesci a nasconderlo.»
Ramante lo aggredì con voce più alta, tremante di rabbia: «La conoscenza non può appartenere solo a un gruppo ristretto di ridicoli individui in costume, non è giusto. Tutti dovrebbero potervi accedere!»
«Vieni con me, da solo, e avrai la possibilità di realizzarlo. E poi, sii onesto, tu lavori su commissione, non hai un ufficio che ti aspetta. Puoi andare ovunque.»
Ramante deglutì, ingoiando le proprie emozioni. Rifletté misurando la stanza a piccoli passi. «Un rifugio per studiosi. È interessante, lo penso davvero. Ma non basta.»
Veliante alzò le braccia con fare arrendevole. «Che cos’altro vuoi che ti dica?»
«Voglio sapere cos’è che nascondete. Sapere se avete il coraggio di guardare oltre la vostra polvere ed esporvi.»
«Questo lo scoprirai solo se e quando varcherai la soglia del mio scriptorium. La proposta è semplice: accetta il noviziato. L’accordo ti garantirà vitto, alloggio e la protezione della nostra autorità, lontano dai tuoi parenti e dal loro infantile bigottismo, immerso in un mare di conoscenza in costante ampliamento. Se un domani vorrai rinunciare, potrai farlo, ma finché resterai tra le nostre mura dovrai accettare l’indiscutibilità della mia guida. Se ti dimostrerai disposto a imparare, io ti assicurerò un posto.»
Ramante annuì. «Capisco di non poter accedere ora, e capisco che anche in seguito non mi permetterai di accedere facilmente a tutte le sale e tutti i piani. Giusto?»
Veliante scosse il capo. «Non sbagli, ma col tempo potrei fare in modo…» Si interruppe per mordersi la lingua.
«Ah. Quindi c’è più di un piano e più di una sala interdetta. È interessante.»
Veliante si maledisse. «Interdetti, sì, senza di me.»
Il ragazzo guardò fuori dalla finestra, verso la cima della montagna, dove la sagoma della rocca tagliava il cielo plumbeo. «Volete che io metta la mia tecnologia al servizio dei vostri vecchi libri. E io… voglio lasciare questo stupido paesino. Anche se non vivo più in famiglia, mi va stretto.»
«Certo che è così. Allora fallo. Hai solo venticinque anni e già tre lauree. Sei giovane, colto, il tuo lavoro è noto e ben ricompensato ovunque tu vada. Non sei solo preparato, ma anche abile. Abbiamo letto dei tuoi lavori, sei stato scelto con accuratezza.»
Il ragazzo fece un lento cenno d’assenso. «Ho sempre voluto vedere Roccafosca. La sua fama è immensa, tutto il mondo civilizzato la conosce. Nessun altro posto è altrettanto meritevole, forse è la biblioteca più antica della penisola. Ma poi mi sposterei altrove.»
«Sta bene» disse il monaco alzandosi in piedi.
«Non ho accettato. Non verrei gratuitamente. Voi paghereste per ciò che mi richiedete, com’è giusto, trattenendo i costi di vitto e alloggio.»
La mascella di Veliante tremò. All’Abate quella storia non sarebbe piaciuta per niente, avrebbe dovuto inventarsi qualcosa. «Sta… sta bene» ripeté.
«No, non ancora. Devi darmi un incentivo. Rivelami una delle cose che tenete segrete lassù. Davvero segrete, qualcosa che si trova nelle sale nascoste. Solo una, e non ti chiederò altro. Non farlo e io troverò facilmente un lavoro altrove.»
Il monaco sgranò gli occhi. «Io non… Tu… devi capire che la biblioteca risale a prima dell’insediamento della nostra comunità. E di molte altre prima di essa.»
«Tergiversi. Un singolo titolo, Veliante.» L’espressione del giovane era incredibilmente risoluta.
«La sua fondazione risale a molti secoli fa e tu… non capiresti, e poi non puoi conoscere anche…»
Ramante gli posò le mani sulle spalle: «Mettimi alla prova. Un titolo». Le sue dita si strinsero.
Veliante lo guardò con occhi lucidi. «Nessuno… nessuno sa delle copie sopravvissute…»
«Più di una?»
A quel punto tacere sarebbe stata una buona cosa. Non voleva continuare a parlare, non doveva. Cercò di frenarsi. Se non glielo avesse detto, molti testi sarebbero andati persi o finiti nelle mani di gente comune. Ma se avesse mentito, rifletté, sarebbe accaduto ugualmente. E non voleva rinunciare ai talenti di quel ragazzo. Non poteva farlo.
«Dimmelo. Te ne prego.»
Veliante emise un lungo sospiro che sembrò svuotarlo di ogni forza vitale. Abbandonò le braccia lungo i fianchi. «Le Ipotesi…» sussurrò appena «le Ipotesi di Aristarco di Samo.»
Ramante batté rapidamente le palpebre. «Cosa? Cosa? Non prenderti gioco di me!»
«Non lo faccio.»
«Aristarco!»
«Sei pregato di abbassare la voce.»
Il ragazzo iniziò a sussurrare: «L’uomo che avrebbe formulato l’eliocentrismo diciotto secoli prima di Copernico! Ne sei certo?»
Veliante era sconvolto. Se io ne sono certo? Chi diavolo è costui? «Come puoi conoscere…»
«Cos’è, pensi che io restauri i libri senza leggerli? Ho studiato i resoconti che ne danno Archimede e Plutarco, ovviamente. Ma le Ipotesi sono perdute da duemilatrecento anni!»
«No, non lo sono.»
Un forte colpo alla porta li fece sobbalzare entrambi, i nervi a fior di pelle. «Fratello Veliante?» La voce esitante di Anselmo. Lo ignorarono.
Ramante lo fissava come se dalle parole che stava per pronunciare dipendesse la propria vita. «E tu dici che ne avete altri… così?»
Veliante annuì. «Altri.»
«Quanti…»
«Era una sola domanda.»
Per un attimo sembrò che il ragazzo volesse colpirlo. «Vi rendete conto di cosa avete tra le mani? Di cosa state nascondendo al mondo? Sta’ attento, monaco, se non è vero, io…»
«Non mento.»
«Sarà meglio.» Ramante si rassettò gli abiti e si schiarì la voce. Prese dei profondi respiri, scrutando qualcosa alle spalle Veliante. Non lo guardò mentre diceva: «Accetto, maestro. Con riserva».
«Come desideri» rispose il monaco piegando leggermente il capo. Un angolo della sua bocca si tese in un’ombra di sorriso che il ragazzo non poteva vedere.
Il giovane credeva di stare concedendo liberamente i suoi servigi all’abbazia, si disse Veliante, ma non capiva che il nome di Aristarco era un veleno per la sua mente, la chiave d’accesso a un labirinto senza uscita, l’esca per una fame che non avrebbe mai potuto saziare. L’accordo era stato siglato nel momento in cui aveva udito quel nome. Il ragazzo poteva illudersi di dettare le regole, ma da quel momento avrebbe trovato l’antidoto alla sua curiosità solo tra le mura di Roccafosca.
Quando si voltò di nuovo, vide che il ragazzo gli tendeva una mano. La strinse sentendosi orrendamente in colpa.
Poi Ramante aprì la porta e fece per lasciare la stanza.
«Un’ultima cosa» gli disse Veliante. «Il tuo nome da novizio sarà Brante. Non è negoziabile, e non mi interessa se lo trovi puerile. Tutti, alla rocca, ti conosceranno con questo nome.»
Il ragazzo fece una smorfia e si allontanò.
Veliante non ebbe modo di nascondere la propria espressione all’impaziente frate Anselmo, il cui viso si incupì immediatamente. Entrambi i monaci avvertirono un brivido che non era dovuto al freddo della valle. «Andiamo, fratello» disse Veliante. «Lui ha accettato ogni cosa.»
Mentre tornavano nel salotto per annunciare la decisione, il bibliotecario sperava di non doversi pentire della propria scelta.
Sono certa che Brante mi terrà incollata alle pagine. Che siano di carta o virtuali non saprei😄 Ciò che so per certo è che darà a Fra Veliante del filo da torcere!!
RispondiEliminaUn bel tipetto tosto questo Brante, sarà difficile da tenere buono.
RispondiEliminaQuesto è il primo testo in cui ho avuto davvero la sensazione che Roccafosca fosse qualcosa di pericoloso oltre che affascinante. Fino ad ora c’era il fascino dei libri, della polvere, delle regole monastiche; qui invece compare quella fame di conoscenza che quasi divora le persone. Mi è piaciuto moltissimo il rapporto tra i due: all’inizio sembra il classico scontro tra vecchio custode e giovane arrogante, poi lentamente si capisce che in realtà si riconoscono subito come simili. Anche il continuo passare da una lingua all’altra rende il dialogo stranamente vivo e teso, come una partita giocata su più livelli contemporaneamente. E il finale è inquietante nel modo giusto. L’idea che basti un solo nome — Aristarco — per “agganciare” qualcuno a Roccafosca è bellissima. Sembra quasi che la biblioteca non recluti persone, ma scelga direttamente chi divorare.
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